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Studio Legale Cavalletti

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Reato di maltrattamenti in famiglia anche se la convivenza è cessata. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 30129 del 02.08.2021)

Un uomo veniva ritenuto responsabile del reato di maltrattamenti in famiglia sia in primo che in secondo grado.

Nel caso di specie l'imputato commetteva il reato ai danni della convivente con l'aggravante di aver agito in presenza delle due figlie minori.

L'imputato, tramite difensore, ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove contestava, tra le altre cose, il reato di maltrattamenti in famiglia in quanto la convivenza risultava cessata, la mancata assunzione della testimonianza a discarico da parte della figlia nonché la riconducibilità dei messaggi estorsivi attribuiti all'imputato e rientranti nel reato di minaccia non procedibile per assenza di querela.

A parere del ricorrente, dalla cessazione della convivenza, essendo venuta meno la convivenza di fatto, era ravvisabile il reato di atti persecutori.

La Cassazione, ritenendo infondate tutte le doglianze sollevate, rigettava il ricorso dell'imputato.

In particolare gli Ermellini si soffermavano sul primo motivo ed in primo luogo chiarivano la differenza tra il reato di maltrattamenti e il reato di atti persecutori.

Il reato di maltrattamenti in famiglia è un reato proprio e l'ambito applicativo dipende dall'estensione dei rapporti basati su vincoli familiari senza necessità di convivenza o di stabile coabitazione.

Il reato di atti persecutori, invece, è un reato contro la persona e può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia e  non presuppone l'esistenza di relazioni interpersonali specifiche.

Detto ciò gli Ermellini affermavano il principio in base al quale: "le condotte vessatorie realizzate in caso di cessazione della convivenza con la vittima, sia nel caso di separazione legale o di divorzio, sia nel caso di interruzione della convivenza allorché si tratti di relazione di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non anche quello di atti persecutori, allorché i vincoli di solidarietà derivanti dal precedente rapporto intercorso tra le parti non più conviventi, nascenti dal coniugio, dalla relazione more uxorio o dalla filiazione, permangano integri o comunque solidi ed abituali nonostante il venir meno della convivenza".


                                                                                                                                                                                                                

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

(abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione)

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56125 Pisa

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Contratto di mutuo e verifica del tasso di usura: vanno conteggiate anche le spese di assicurazione. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 22465 del 02.08.2021).

Un debitore stipulava un contratto di mutuo con una società finanziaria e, ritenendo usurari gli interessi applicati, agiva in giudizio al fine di richiedere la restituzione delle somme versate in eccesso.

In primo grado il Giudice di Pace accoglieva la domanda ritenendo superato il tasso soglia di usura e condannava la società alla restituzione delle somme.

A parere del giudice di prime cure, infatti, nella determinazione del Taeg dovevano essere inglobate le due polizze assicurative sottoscritte contestualmente al contratto di mutuo.

Parte soccombente appellava la decisione ed il Tribunale, in accoglimento del gravame, evidenziava che il debitore non aveva assolto all'onere probatorio, in particolare non aveva prodotto i documenti relativi alle due polizze assicurative.

La vicenda giungeva dinanzi la Suprema Corte dove l'originario attore, ritenendo errata la decisione del giudice di appello, rilevava come, secondo l'orientamento giurisprudenziale, sussista una presunzione di collegamento tra il contratto di finanziamento ed il contratto assicurativo stipulato contestualmente.

Gli Ermellini ritenendo valido il ricorso proposto lo accoglievano rinviando la causa al Tribunale per un nuovo esame.

La Suprema Corte ricordava, altresì, il principio al quale attenersi e nello specifico ribadiva che: “ai fini della valutazione della natura usuraria di un contratto di mutuo, devono essere conteggiate anche le spese di assicurazione sostenute dal debitore per ottenere il credito, in conformità con quanto previsto dall'art. 644, comma 4, c.p., essendo sufficiente che le stesse risultino collegate alla concessione del credito, fermo restando che la sussistenza del collegamento può essere dimostrata con qualunque mezzo di prova ed è presunta nel caso di contestualità tra la spesa di assicurazione e l'erogazione del mutuo”.

                                                                                                                                                                                                                

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

(abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione)

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E' discriminazione indiretta la promozione legata al regime orario dei lavoratori. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 21801 del 29.07.2021)

Il caso sottoposto all'attenzione della Suprema Corte vedeva coinvolti dei lavoratori, nell'ambito di un concorso interno, nella specie indetto dall'Agenzia delle Entrate.

In particolare veniva adottato un criterio basato sul punteggio relativo all'esperienza di servizio e riproporzionato, per i lavoratori part time, in ragione del minore orario di lavoro svolto.

Una dipendente agiva, così, in giudizio impugnando tale criterio di valutazione in quanto ritenuto discriminatorio nei confronti delle lavoratrici donne.

Le donne, infatti, facevo uso di orario a tempo parziale in misura maggiore rispetto agli uomini.

In primo grado la discriminazione veniva accertata, in sede di appello, invece, veniva esclusa.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte.

Gli Ermellini si esprimevano sul punto affermando che il criterio neutro ed oggettivo dell'anzianità di servizio, riparametrato all'orario di lavoro, può diventare discriminatorio se penalizza la maggioranza delle donne.

La Suprema Corte, in sostanza, critica il metodo adottato in secondo grado e volto a valutare l'integrazione di un trattamento discriminatorio.

Occorreva, pertanto, verificare quanti lavoratori uomini e lavoratrici donne risultavano danneggiati dall'applicazione del criterio in questione.

Nel caso in cui la percentuale, emersa dal predetto confronto, avrebbe riguardato in misura maggiore le lavoratrici donne, la Corte di Appello competente avrebbe dovuto accertare la sussistenza di un trattamento discriminatorio.

                                                                                                                                                                                                                                                 

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Divieto di porre all’incasso le cambiali concesse a garanzia del contratto di locazione commerciale causa covid. Il sinallagma contrattuale non è dipendente dal possesso delle mura ma dall’effettivo svolgimento dell’attività imprenditoriale

Divieto di porre all’incasso le cambiali concesse a garanzia del contratto di locazione commerciale causa covid. Il sinallagma contrattuale non è dipendente dal possesso delle mura ma dall’effettivo svolgimento dell’attività imprenditoriale (Tribunale di Perugia  - provvedimento inaudita altera parte RG. 4073/2021).

 

Lo Studio Legale Cavalletti assumeva la difesa di una società che gestisce a livello nazionale numerose palestre e per quella in oggetto aveva stipulato contratto di locazione commerciale rilasciando sei cambiali a garanzia.

Il caso concerne quindi una locazione commerciale e nello specifico l'azione giudiziale – proposta tramite un ricorso ex art. 700 c.p.c. - volta ad ottenere un provvedimento di divieto all’incasso delle cambiali poste a garanzia del contratto di locazione commerciale.

Il Giudice – in attesa di udienza e inaudita altera parte – pone il divieto alla proprietaria di porre all’incasso dei titoli e motiva , in materia dettagliata, la propria decisione che andiamo ad analizzare in quanto estremamente interessante.

Il Giudice rileva che sussiste il fumus boni juris del ricorso.

E’ notorio infatti come molte attività economiche, tra cui certamente le palestre, abbiano subito nell’ultimo anno e mezzo il blocco forzato dovuto alle varie misure emergenziali susseguitesi a causa del Covid 19, blocco peraltro protrattosi per molti mesi e che certamente rappresenta un evento grave ed imprevedibile, come tale idoneo ad alterare il sinallagma contrattuale dei contratti in corso di esecuzione stipulati prima dell’inizio della pandemia, sinallagma la cui perdurante validità appare da escludere. Occorre al riguardo, infatti, considerare i presupposti causali del contratto, intesi quale causa concreta, e non astratta, del contratto: in altri termini nel contratto di locazione intercorso fra le parti il sinallagma contrattuale considerato era, ed è, strettamente dipendente non dal mero possesso delle “mura” da parte della società ricorrente ma dall’effettivo esercizio dell’attività di palestra che entro tali mura veniva condotta e dai relativi ricavi, posto che è in relazione al lavoro ivi svolto dalla ricorrente ed ai ricavi che dallo stesso conseguono che vengono ad esistenza, da una parte, i guadagni di quest’ultima e, dall’altra, gli introiti per canoni che la proprietà riceve, introiti che non sarebbero mai stati pattuiti in suo favore, nella misura stabilita, per il mero possesso delle mura ma solo in considerazione dei probabili ricavi dell’attività di palestra.

Quindi il primo punto interessante è costituito dal ragionamento giudiziale secondo cui il sinallagma contrattuale non è rappresentato dal possesso delle mura ma bensì dalla possibilità di svolgere l’attività economica in oggetto.

Altresì la dipendenza del sinallagma originario dai concreti ricavi realizzati dalla conduttrice non è del resto inficiata nemmeno dal rilievo della normale incidenza del rischio d’impresa solo a carico della società conduttrice che gestisce, nell’ambito di un contratto di locazione, un’attività all’interno dell’immobile condotto in locazione: è certo che il rischio d’impresa della conduttrice deve cedere solo a suo carico - e del resto con il contratto di locazione agli atti la parte locatrice, come di norma avviene in questi casi, si era comunque giustamente garantita un canone fisso indipendente dall’andamento dell’attività di palestra – ma non potrebbe mai sostenersi che una pandemia, comportante il blocco forzato dell’attività esercitata dal conduttore per mesi e mesi, sia evento incluso nel concetto rischio d’impresa, non potendo certo in esso rientrare un evento di tale portata così come non vi rientrerebbe una catastrofe naturale (terremoti, alluvioni, etc.) che abbia comportato il protratto blocco di ogni attività; ciò che esclude peraltro, evidentemente, l’applicabilità alla fattispecie dell’art. 6 del contratto laddove era stato previsto che eventuali eccezioni opposte dalla conduttrice non le avrebbero comunque dato diritto di ritardare o omettere il pagamento dei canoni.

Il Giudice ritiene quindi paragonabile la pandemia ad un evento quale un terremoto o un alluvione non prevedibile dalle parti.

Per tali motivi il canone deve essere nuovamente rinegoziato riconoscendo quindi di fatto una riduzione dello stesso per i motivi sopra espressi.

               

                                                                                                                                                                                                                                                                      

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