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Studio Legale Cavalletti

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Spetta al datore di lavoro dimostrare che il lavoratore – nello svol-gere attività extralavorativa – ha ritardato la guarigione (Corte di Cassazione, sezione lavoro, n. 13063 anno 20022)

La Corte di Cassazione con  sentenza n. 13063 del 26 Aprile del 2022 conferma che nel nostro ordinamento non esiste un divieto assoluto per il dipendente, assente per malattia, di prestare altra attività lavorativa (anche a favore di terzi o di tipo ludico) e pertanto in tal ipotesi  non si può integrare una ipotesi di licenziamento per giusta causa in quanto lo svolgimento di tale attività non costituisce di per sé inadempimento degli obblighi contrattuali.

Il caso riguardava un lavoratore che impugnava il licenziamento irrigatogli per aver svolto ulteriore attività lavorativa durante il congedo per malattia e che per tale ragione risultava assente per ben otto volte alle visite domiciliari.

Sul punto vi erano stati già precedenti come quello della Corte di Appello di Milano che, con sentenza n. 834/2019, aveva annullato il licenziamento irrogato al lavoratore ritenendo che l’asserita “simulazione della malattia" fosse stata smentita dalla documentazione medica prodotta aggiungendo che il datore di lavoro non aveva provato che la condotta del dipendente aveva pregiudicato e rallentato la guarigione. Precisava poi la Corte di Milano che le assenze ripetute alle visite domiciliari dovevano intendersi come “mancata comunicazione di diverso domicilio” da parte del lavoratore. Pertanto condannava il datore di lavoro alla reintegrazione del dipendente e al risarcimento del danno.

La questione arriva al vaglio della Corte di Cassazione che appunto confermava nell’aprile del corrente anno la posizione assunta dalla Corte d’Appello e ne rigettava il ricorso.

Come sopra anticipato la Suprema Corte fa riferimento ad una serie di principi già consolidati nel nostro ordinamento giuridico secondo i quali appunto lo svolgimento di altra attività lavorativa durante il periodo di congedo per malattia non può di per integrare un’ipotesi di licenziamento per giusta causa in quanto lo svolgimento di altre attività costituisce invece espressione di diritti del lavoratore. Ovviamente anche durante la sospensione dell’attività lavorativa per malattia permangono in capo al lavoratore tutti gli obblighi inerenti lo svolgimento della prestazione compresi la correttezza e la buona fede, sicché il lavoratore deve astenersi dal porre in essere comportamenti che potrebbero ledere l’interesse del datore di lavoro alla corretta esecuzione dell'obbligazione principale dedotta nel contratto.

La questione va pertanto risolta sul piano del riparto dell’onore probatorio: il datore di lavoro deve provare l’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento e quindi nel caso di specie avrebbe dovuto provare che la malattia era simulata, o che la diversa attività svolta fosse potenzialmente idonea a pregiudicare o a ritardare il rientro in servizio del dipendente.

Solo in tal modo non potrà realizzarsi una surrettizia inversione dell’onere probatorio stabilito per legge in caso di licenziamento.

 

Commento Avv. Carlo Cavalletti

abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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In ordine al dies a quo in tema di illecito endogenitoriale (Corte di Cassazione, ordinanza n. 40335 anno 2021)

La suprema Corte di Cassazione con ordinanza 40335 del 16 dicembre 2021 torna ad affrontare il tema dell’illecito endogenitoriale esprimendosi sulla tipologia del danno e sull’individuazione del dies a quo per l’esercizio del diritto risarcitorio.

La vicenda concerne il cado di una donna che citava in giudizio il proprio padre per averla abbandonata chiedendo la condanna dello stesso ai danni patrimoniali ed esistenziali da deprivazione genitoriale.

Il Tribunale di Foggia adito accoglieva parzialmente la domanda attorea e la Corte di Appello di Bari aumentava la somma da corrispondere alla donna rigettando l’appello incidentale del padre. La decsione richiamata  affermava il principio che il danno da deprivazione genitoriale trasse origine da un illecito permanente, ragion per cui l’individuazione del dies a quo per l’esercizio del diritto risarcitorio non può necessariamente essere corrispondente al raggiungimento della maggiore età bensì è da individuarsi nel raggiungimento dell’indipendenza psicologica del figlio che per convenzione viene fatto coincidere con il raggiungimento dell’indipendenza economica.

Il padre ricorreva  in Cassazione ed essendo il tema già ampiamente affrontato si richiamavano principi già espressi ma di forte impatto.

In particolar modo venivano riportate la ordinanza della Corte di Cassazione n. 1109710 del 2020 con la quale si delibava che l’illecito endofamiliare ha natura permanente e il danno non è di natura patrimoniale bensì di tipo psicologico-esistenziale che incide direttamente sulla progressiva formazione della personalità del danneggiato e la sentenza della Corte di Cassazione n. 26205/2013 a lettera della quale la natura del diritto azionato giustifica l’esercizio del diritto al risarcimento in una fase di maturità personale.

In conclusione la tipologia del fatto e del relativo danno incidono sul dies a quo prescrizionale dell’azione risarcitoria, poichè solo nel momento in cui il danneggiato è in grado di conoscere e percepire il danno subito potrà esercitare il corrispondente diritto risarcitorio nei confronti del genitore.

 

 

Commento Avv. Martina Marianetti

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L’Inail può risarcire solo il danno biologico permanente ma non il danno morale (Corte di Cassazione, sezione Lavoro, n. 6503 anno 2022).

In data 28 febbraio 2022 la Corte di Cassazione, sez. Lavoro, pronunciava un’interessante sentenza, la numero 6503, con la quale statuiva che l’Inail non copre né il danno biologico temporaneo né il danno morale ma può risarcire al lavoratore solo il danno biologico da invalidità permanente.

La Suprema Corte con la suddetta sentenza respingeva il ricorso e confermava la decisione della Corte di Appello di Salerno ritenendo che nel lasso di tempo intercorso tra l’infortunio e la morte non vi era stata stabilizzazione della lesione all’integrità psico-fisica derivante dall’infortunio.

Il sistema assicurativo non copre il danno biologico temporaneo ma l’unico danno risarcibile è quello biologico permanente ovverosia quello che si protrae per tutta la vita.

In relazione al danno biologico temporale e al cd. danno morale, per i quali, a seconda delle diverse ricostruzioni, può parlarsi di «danno biologico terminale» e di «danno morale terminale o catastrofale o catastrofico» l’Inail non garantisce l’indennizzo.

Pertanto deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di un danno da perdita della vita, in ragione dell'assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio ma deve ritenersi configurabile e trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti di danno biologico terminale, ovverosia di un danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell'ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo un apprezzabile lasso di tempo dall'evento lesivo e di un danno morale terminale catastrofale o catastrofico, ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza  nell'intervallo tra l'evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

Conclude la Corte che la liquidazione del primo va fatta secondo le tabelle di Milano relative all’invalidità temporanea, per il secondo la liquidazione deve seguire un criterio equitativo puro.

 

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti

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Assegno di divorzio dovuto anche se la ex moglie ha lavorato in nero (Corte di Cassazione n. 37571 anno 2021).

La Corte di Cassazione con sentenza 37571/2021 conferma il diritto all’assegno di divorzio ad una donna che dopo la separazione aveva lavorato all’insaputa dell’ex coniuge.

Giusta sentenza del Tribunale di Brescia, confermata in appello, che pronunciava il divorzio tra una coppia di coniugi, veniva disposto il versamento a favore dell’ex moglie di un assegno di mantenimento 1.200 € oltre a 700 € per le due figlie.

La Suprema Corte nel confermare la decisione della Corte di Appello di Brescia affermava che l’assegno di divorzio ha una funzione assistenziale, compensativa e parequativa e richiede all’altresì l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge; qualora poi vi sia una squilibrio effettivo di modesta entità tra le condizioni patrimoniali economiche tra gli ex coniugi bisogna accertare se lo stesso sia riconducibile a scelte comuni di conduzione di vita familiare e al sacrificio delle aspettative di lavoro di uno dei due, ciò che appunto accadeva nel caso in esame.

Infatti anche l’ex marito in sede di separazione riconosceva che la moglie, sia durante il matrimonio che dopo, aveva rinunciato alle proprie aspirazioni lavorative e professionali e a una propria autonomia economica per dedicarsi alla cura delle figlie e della casa. La donna altresì lasciava la casa famigliare al marito che ne era proprietario e si trasferiva con le figlie minori in una casa in locazione e arrotondava le entrate lavorando come commessa a nero e all’insaputa del marito. La Suprema Corte ritiene però tale circostanza irrilevante, ciò che rileva è che l’ex moglie sia disoccupata e che continui a occuparsi interamente delle figlie. Nell’affermare ciò infatti la corte richiamava un principio già espresso in una precedente sentenza a Sezioni Unite ovverosia che il legislatore attribuisce all’assegno di divorzio una funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita endoconiugale bensì al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.

 

 

Commento Avv. Martina Marianetti

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