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Emergenza Covid-19: diritti dei lavoratori e responsabilità ex art. 2087 c.c. dei datori di lavoro

Per far fronte alla crescente emergenza dovuta alla diffusione del virus Covid-19, il Presidente del Consiglio è da ultimo intervenuto con il d.P.C.M. 11 marzo 2020 con il quale ha disposto per tutto il territorio nazione la chiusura di tutte le attività commerciali al dettaglio (ad esclusione delle  attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità), la sospensione dell’attività di ristorazione e di quelle inerenti i servizi alla persona, prescrivendo al contempo che le Pubbliche Amministrazioni assicurino lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente (art. 1 comma 6)

Nessuna limitazione allo svolgimento delle attività produttive e delle attività professionali purchè siano rispettate le raccomandazioni di cui all’art. 1 commi 7 e 8 (riferito alle sole attività produttive) del suddetto d.P.C.M. ovvero: limitazione degli accessi in entrata ed in uscita dagli stabilimenti, massimo utilizzo del c.d. smart working, incentivo alla fruizione di ferie e congedi retribuiti, sospensione dell’attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione, incentivo alle operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro ricorrendo talvolta agli ammortizzatori sociali ed infine assunzione di protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, adozione di strumenti di protezione individuale.

Si pensi quindi agli autotrasportatori (tra cui i conducenti di bus e metro), ai cassieri di supermercati, ai medici (e tutto il personale sanitario), agli operai, forse dell'ordine e ogni altra categoria che deve necessariamente lavorare per non far fermare il paese e la domanda, cui intendiamo rispondere è capire se attualmente sono rispettato i loro diritti e in particolare quello alla salute.

Ciò nonostante, all’indomani dell’emissione del d.P.C.M. si è registrato un crescente malcontento da parte dei sindacati nazioni che hanno minacciato scioperi proprio a causa dell’inadeguatezza delle misure adottate dai datori di lavoro che, in gran parte dei casi, non rispettano i protocolli di sicurezza di cui al d.P.C.M. 1 marzo 2020 che impongono: distanza minima di 1 metro tra persone anche nello svolgimento dell’attività lavorativa, utilizzo dei DPI ambienti sanificati ed igienizzati, regolamentazione dell’accesso agli spazi comuni anche delle aziende, mediante programmazione del numero di accessi contemporanei o mediante applicazione del c.d. criterio di distanza droplet, limitazione delle riunioni, facilitazione dei collegamenti da remoto ecc.

Peraltro, vista la situazione di emergenza dovuta al Covid-19, sarebbe opportuno che i datori di lavoro, oltre a rispettare le norme specifiche predisposte dal Governo, provvedano ad aggiornare il Documento dei Valutazione dei Rischi attraverso la profilazione del rischio del contagio da COVID-19 e l’elencazione delle relative misure di tutela ed attenuazione del rischio ovvero adottino un piano di intervento specifico redatto in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione istituito ai sensi dell’art. 31 e ss. D. Lgs. 81/2008 e con il Medico Competente nominato ai sensi dell’art. 38 e ss. D. Lgs. 81/2008.

Ma che cosa accade se il datore di lavoro non si attiene alle prescrizioni ed un dipendente contrae il Coronavirus?

In base alla disciplina generale di cui all’art. 32 Cost. e all’art. 2087 c.c., il datore di lavoro è responsabile per il danno alla salute del lavoratore qualora non abbia adottato nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Ovviamente, tra le misure da adottare vi sono anche quelle dettate in materia di prevenzione del contagio da Coronavirus, una tra tutte la fornitura dei DPI a spese dell’azienda, secondo quanto disposto dall’art. 74 D.Lgs. 81/2008, che invece sembrano scarseggiare nella gran parte degli ambienti lavorativi.

In punto di responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c., vi sono numerose sentenze della Suprema Corte che possono essere applicate anche al particolare caso del contagio da Coronavirus.

Una su tutte Cassazione Civile Lavoro - Sentenza n. 2626 del 5 febbraio 2014  secondo cui “Il datore di lavoro è obbligato non solo al rispetto delle particolari misure imposte da leggi e regolamenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro ma anche all’adozione di tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore.”.

Orbene, in caso di responsabilità, il datore di lavoro sarà chiamato a risarcire i danni alla salute patiti dal proprio dipendente.

Ed ecco quindi che è notizia delle ultime ore secondo la quale il Presidente del Consiglio garantirà a tutti i lavoratori gli strumenti di protezione idonei a prevenire la contrazione del Covid 19.

Ciò è anche l'auspicio degli scrivente e di tutto il popolo italiano che ringrazia i lavoratori che, con il loro impegno e la loro dedizione, riescono a far funzionare l'Italia in questi momenti difficilissimi.

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti e Irene Vannozzi.

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Ultima modifica ilMartedì, 17 Marzo 2020 09:43

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