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Studio Legale Cavalletti

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La ripresa della convivenza rende improcedibile il divorzio (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 11636 del 16 giugno 2020)

 

Il caso sorgeva a seguito di una domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio proposta da un uomo dinanzi al Tribunale competente.

La domanda veniva rigettata dal Tribunale in quanto, a parere del Giudice, dopo la separazione, i coniugi, si erano riconciliati.

La Corte di Appello confermava la decisione di primo grado.

La riconciliazione veniva desunta da vari elementi, la coppia, infatti, a seguito della separazione,  aveva convissuto, nella casa coniugale, insieme ai figli per diversi anni.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dinanzi alla quale l'uomo ricorreva.

Il ricorrente lamentava, tra le altre cose, l'omessa valutazione dei fatti, l'aver dato rilievo alla ripresa della convivenza nonché di non aver considerato il giudicato formatosi sull'assenza delle pretesa riconciliazione per effetto del decreto con il quale il Tribunale accoglieva la richiesta congiunta di modifica delle condizioni di separazione.

Gli Ermellini però rigettano il ricorso ritenendo i motivi infondati.

A parere della Corte risultava corretta la pronuncia, emessa in sede di appello, e, ribadiva, pertanto, che, al fine di dimostrare la non  riconciliazione, nonostante la ripresa della convivenza, il ricorrente deve allegare circostanze concludenti ed atteggiamenti concreti.

In assenza di quanto sopra, ai fini della richiesta di divorzio, occorrerà richiedere un nuovo provvedimento di separazione.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

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Diritto al pagamento delle ferie non godute (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 13613 del 2 luglio 2020).

 

Con la decisione in commento la Suprema Corte affronta il tema del pagamento delle ferie non godute.

La vicenda prendeva le mosse da un giudizio dove un lavoratore, nello specifico un dirigente medico, chiedeva il pagamento delle ferie non godute.

La Ausl veniva condannata sia in primo grado che in appello.

Il datore di lavoro, pertanto, ricorreva dinanzi alla Suprema Corte, la quale riteneva la sentenza di appello conforme ai principi contenuti nella decisione della Grande Sezione della CGUE.

Gli Ermellini, infatti, ricordavano che il diritto alle ferie è irrinunciabile, diritto garantito dall'art 36 della Costituzione e dall'art 7. della direttiva 2003/88/CE.

La Corte richiama, altresì, l'interpretazione fornita dalla Grande Sezione la quale ha affermato testualmente che:“il diritto di ogni lavoratore alle ferie annuali retribuite" che deve essere considerato “un principio particolarmente importante del diritto sociale dell'Unione, al quale non si può derogare".

Il datore di lavoro, in virtù dell'imperatività del diritto alle ferie, deve assicurarsi che il lavoratore sia posto nelle condizioni di poter fruire delle ferie retribuite.

Il datore, infatti, deve invitare ed informare il lavoratore, anche formalmente, della possibilità di fruire delle ferie avvisandolo che, in caso contrario, queste andranno perse.

Sarà onere del datore di lavoro dimostrare di essere stato diligente e di aver posto il lavoratore nelle condizioni di poter usufruire delle ferie.

Nel caso in esame il datore di lavoro non era riuscito a dimostrare di aver usato la diligenza necessaria per porre il lavoratore nelle condizioni di poter sfruttare le ferie alle quali aveva diritto.

Di conseguenza, il mancato versamento di un'indennità finanziaria per le ferie annuali non godute al momento della cessazione del rapporto di lavoro, si pone in contrasto con i principi suesposti ovvero con l'art 7 della direttiva 2003/88 e dell'art 36 della Costituzione.

Corretta, pertanto, la condanna della datrice di lavoro al pagamento di una indennità sostitutiva.

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Il solo esame obiettivo del CTU non basta per escludere il risarcimento dei postumi permanenti (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 13292 depositata il 2 luglio 2020).

 

Il caso sorgeva a seguito di un sinistro dove una signora veniva investita da un'autovettura che si muoveva in retromarcia e, a seguito dell'incidente, riportava lesioni personali.

In primo grado la responsabile civile e l'assicurazione venivano condannate al pagamento di circa 7.600,00 euro.

Il Tribunale riduceva l'importo limitandolo ai postumi di natura temporanea ed escludeva il risarcimento per i postumi permanenti così come richiesti dalla tabelle di cui al D.M. 3/7/03.

A parere del Tribunale, la CTU non aveva rilevato nulla in merito agli esiti permanenti.

La danneggiata, pertanto, agiva dinanzi alla Suprema Corte, la quale accoglieva il ricorso.

Nello specifico la Corte affermava che, il danno alla persona, va accertato secondo una metodologia medico-legale rigorosa dove non sono escluse le fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali.

Il solo esame della Ctu, pertanto,  non è sufficiente ad escludere i postumi invalidanti permanenti.

Per gli Ermellini risultava errata la decisione del Tribunale di escludere il risarcimento per i postumi permanenti solo sulla base dei risultati dell'esame obiettivo, essendo, tra l'altro, nel caso di specie, documentata la “frattura branca ischio pubica di destra”.

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L'ex marito paga il canone di locazione dell'immobile assegnato all'ex coniuge (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 12058 del 22 giugno 2020).

 

Con la decisione in esame la Suprema Corte ritorna sulle problematiche economiche che insorgono nel corso di un procedimento di divorzio.

Nella vicenda in questione la Corte di Appello riformava la pronuncia di primo grado, resa nell'ambito di un procedimento di cessazione degli effetti civili del matrimonio, e nello specifico, revocava l'assegno mensile nei confronti dell'ex moglie.

La Corte lasciava invariate le altre condizioni ovvero il mantenimento delle figlie e il pagamento del canone di locazione della casa assegnata all'ex moglie.

Il caso giungeva dinanzi alla Suprema Corte.

L'uomo, infatti, lamentava la mancata ed errata applicazione dell'art 6 delle legge n. 392 del 1978 in quanto il giudice di appello, nell'imporre il pagamento del canone di locazione, non aveva indicato la ragione né considerato il reddito dell'ex moglie.

Il ricorrente, rilevava, altresì, la mancata considerazione delle condizioni economiche della moglie, in quanto, secondo l'ex marito, la donna disponeva di un appartamento ed il suo stipendio mensile risultava essere aumentato.

Inoltre l'eliminazione dell'obbligo di versare l'assegno all'ex moglie veniva disposto dal passaggio in giudicato della sentenza e non dalla domanda.

La donna proponeva ricorso incidentale dove si opponeva al mancato riconoscimento dell'assegno di mantenimento nei suoi confronti evidenziando il maggior reddito del marito.

Gli Ermellini rigettavano entrambi i ricorsi ritenendo la pronuncia di appello conforme al principio di diritto.

In particolare, in riferimento al canone di locazione, veniva confermato il pagamento a carico del coniuge con maggiore disponibilità economica a nulla rilevando il fatto che la casa fosse stata assegnata all'ex moglie.

La Corte confermava, altresì, la decorrenza dell'eliminazione dell'obbligo di mantenimento, nei confronti della moglie, dal passaggio in giudicato della sentenza ribadendo che la decisione non retro agisce alla data del ricorso avanzato in quanto tali provvedimenti necessitano di valutare il mutamento delle condizioni patrimoniali nel corso del giudizio.

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