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Abbandono della casa coniugale ed addebito della separazione.

 

Con il vincolo matrimoniale i coniugi assumono gli stessi diritti e gli stessi doveri.

L' inosservanza di questi, senza valido motivo, genera conseguenze in merito alla gestione del rapporto di coniugio sopratutto quando il matrimonio attraversa un periodo di crisi.

L'art 143 del c.c. elenca fra i diritti e doveri reciproci, derivanti dal matrimonio, l'obbligo alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale e  alla coabitazione.

La coabitazione è intesa come l'impegno dei coniugi a convivere in modo costante e continuato pressa la residenza familiare stabilita dagli stessi.

Con l'espressione “tetto coniugale”, infatti, la giurisprudenza intende, oltre al domicilio domestico, anche il luogo identificato come sede abituale del nucleo familiare.

Spesso tale dovere risulta di difficile rispetto, l'allontanamento può avvenire, per esempio, per esigenze lavorative dei coniugi ma, in alcuni casi, la mancata osservanza del precetto normativo, senza una valida ragione, può essere, in sede di separazione, motivo di addebito.

Ovviamente vi sono dei casi in cui l'allontanamento dalla casa coniugale può risultare legittimo, casi, in cui sono i coniugi stessi a concordare un temporaneo allontanamento dall'abitazione.

La questione diventa spinosa nel caso in cui non sia una scelta condivisa da entrambi i coniugi.

Se la coppia sta vivendo una grave crisi, tale da rendere la situazione matrimoniale irrecuperabile,  l'ordinamento consente e giustifica l'allontanamento dalla casa familiare

La legge, infatti, non impone la convivenza “forzata” ma considera l'abbandono della casa coniugale legittimo perchè sussistente una valida giustificazione.

Come già anticipato, il comportamento di allontanamento ingiustificato rileva, in sede di separazione, ai fini dell'eventuale pronuncia di addebito.

Sul punto risulta interessante l'intervento della Suprema Corte intervenuta, da ultimo, con la sentenza n. 12241 del 23 giugno 2020.

La questione traeva origine da una controversia tra due coniugi in tema di addebito della separazione.

Sia in primo grado che in appello la richiesta di addebito avanzata dal marito veniva rigettava.

La vicenda giungeva, così, dinanzi alla Suprema Corte dove il ricorrente lamentava la mancata considerazione del comportamento della moglie, la quale allontanandosi, ingiustificatamente, era venuta meno ai doveri nascenti dal matrimonio.

La Suprema Corte, nel caso di specie, ha condiviso la pronuncia della Corte di Appello per la quale l'abbandono da parte della moglie, in realtà, era avvenuto come conseguenza del comportamento di entrambi, rilevatisi inidonei a costruire un progetto di vita insieme.

La Corte specifica, comunque, che, l'abbandono della casa coniugale, intesa come casa in cui si svolge principalmente la vita del nucleo familiare, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale  ed è sufficiente ai fini dell'addebito della separazione, a nulla rilevando la prova circa l'esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio.

Al fine di evitare l'addebito il coniuge che ha abbandonato il domicilio dovrà provare che il                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   suo allontanamento è stato causato dal comportamento posto in essere dall'altro coniuge.

Il Comune che non rimuove le barriere architettoniche è tenuto a risarcire i danni al disabile. (Corte di Cassazione sez. Civile n. 3691 del 13.02.2020).

Il caso in esame riguardava una consigliera comunale disabile la quale, a causa delle barriere architettoniche, non riusciva ad accedere alla sala consiliare.

La donna riteneva responsabile il Comune per non aver messo in atto misure idonee a facilitare l'ingresso della stessa negli uffici in attesa dell'istallazione dell'ascensore.

La consigliera proponeva appello avverso l'ordinanza del Tribunale ed otteneva un risarcimento danni in via equitativa pari ad € 15.000,00.

La Corte di appello affermava, infatti, che la mancata eliminazione delle barriere architettoniche rappresentava una discriminazione indiretta che, ai sensi dell'art. 2 comma 3 della legge 10 marzo 2006 n. 67, include gli atti o comportamenti neutri che mettono la persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto alle altre.

La Corte precisava, altresì, che la discriminazione indiretta prescinde dall'intenzione discriminatoria del soggetto agente.

Il Comune ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove sosteneva sia di aver adottato gli accorgimenti necessari, così come previsto dalla legge per gli edifici già esistenti, sia di essersi adoperato al fine di predisporre una soluzione alternativa la quale avrebbe escluso la volontà di discriminazione.

La Suprema Corte rigettava il ricorso ritenendo i motivi esposti dal Comune in parte infondati ed in parte inammissibili.

Inoltre per quanto riguarda  le doglianze relative alla quantificazione del risarcimento del danno la Corte ha dichiarato di aver tenuto in considerazione la destinazione d'uso del fabbricato, la qualifica dell'istante nonché del periodo in cui il Comune è stato inadempiente.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

 

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Affido condiviso: i chiarimenti della Cassazione. (Corte di Cassazione sez. Civile n. 3652 del 13.02.2020).

Con la sentenza in esame la Suprema Corte offre delle precisazioni in merito alla gestione del tempo fra i due genitori in caso di affidamento condiviso.

La vicenda riguardava una minore la quale veniva affidata ad entrambi i genitori con collocazione  prevalente presso la madre. Il padre proponeva reclamo, dinanzi alla Corte di Appello, contestando  la fissazione della residenza della minore presso la madre.

In seguito al mancato accoglimento del reclamo da parte della Corte di Appello il padre ricorreva dinanzi alla Suprema Corte.

A parere della Corte lo spostamento della residenza della minore avrebbe provocato un turbamento inutile e una convivenza paritaria tra i due genitori avrebbe reso più difficoltosa la condizione della figlia.

Il genitore ricorrente contestava la collocazione presso la madre senza adeguata istruttoria, la mancata considerazione del lavoro della madre, la quale svolgeva dei turni, la revoca del provvedimento che autorizzava il contatto telefonico e giornaliero con la minore nonché il principio in base al quale “i rapporti tra genitori non conviventi e figli non si identificano in parametri aritmetici”.

Gli Ermellini respingevano il ricorso del padre e chiarivano di aver tenuto conto, nel disporre l'affidamento della minore, sia del lavoro svolto dai genitori che degli impegni della minore disponendo la residenza presso la madre, anche, al fine di garantire una stabilità alla minore stessa.

Inoltre precisavano che la regolamentazione dei rapporti tra genitori non conviventi e figli minori “non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice di merito che, partendo dalla esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all'esplicazione del loro ruolo educativo”.

 

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Esclusa la tenuità del fatto in caso di mancato versamento del mantenimento protratto per molto tempo. (Corte di Cassazione sez. Penale n. 5774 del 13.02.2020).

Il caso in esame concerne la punibilità del soggetto che non adempie al versamento dell'assegno di mantenimento nei confronti dei figli.

La vicenda prendeva le mosse da una decisione della Corte di appello la quale, in riforma della decisione del Tribunale, dichiarava l'imputato  non punibile ai sensi dell'art 131 bis c.p. per il reato di cui all'art. 570 comma 2, n. 2 . c.p..

A parere della Corte i fatti potevano essere qualificati di particolare tenuità in quanto l'inadempimento si era protratto solo per un periodo di tempo limitato e a seguito di difficoltà economiche che il soggetto inadempiente stava attraversando.

Il Procuratore Generale della Repubblica proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte per erronea applicazione della causa di non punibilità. A parere del Procuratore, la Corte avrebbe valutato  erroneamente il risultato istruttorio; l'imputato, infatti, aveva omesso il versamento per molto mesi.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso ed annullavano il provvedimento con rinvio ad altra sezione della Corte per un nuovo giudizio.

A parere degli stessi, infatti, la Corte di appello ha riconosciuto la tenuità del fatto e la non punibilità senza una adeguata motivazione.

Inoltre rilevava la mancata considerazione del principio in base al quale:a causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis cod. pen. è sì applicabile al reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, ma a condizione che l'omessa corresponsione del contributo al mantenimento abbia avuto carattere di mera occasionalità; e la modesta entità del contenuto dell'obbligo contributivo imposto e non adempiuto non è di per sé sufficiente a configurare la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, avendo rilievo, a tal fine, le modalità e la durata della violazione”.

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Il mutuo ordinario non può essere trasformato in fondiario. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 3024 del 10.02.2020).

Il caso in esame ha ad oggetto la possibile trasformazione di un contratto di mutuo da ordinario a fondiario.

Nello specifico una Banca proponeva opposizione dinanzi al Tribunale in quanto il Giudice delegato aveva disposto l'ammissione dell'istituto di credito, al passivo fallimentare di una impresa individuale, in via chirografaria.

A parere del Giudice delegato, infatti, la costituzione della garanzia ipotecaria risultava inefficace, ex art 67 comma 1, in quanto avvenuta in un periodo sospetto ed in relazione ad un credito preesistente non scaduto.

Il Tribunale rilevava che l'operazione di mutuo fondiario era stata posta in essere qualche mese prima della dichiarazione di fallimento, affermando, altresì, che : “il saldo passivo dei contratti di conto corrente in parte azzerato e in parte ridotto con la somma mutuata costituisce un debito preesistente e scaduto al momento di costituzione dell'ipoteca essendo immediatamente esigibile”.

Inoltre constatava la non contestualità dell'ipoteca, concessa a garanzia del finanziamento, la quale escludeva la qualifica del mutuo come fondiario.

La Banca proponeva, pertanto, ricorso dinanzi alla Suprema Corte che non accoglieva le doglianze sollevate dall'istituto di credito.

Per la Suprema Corte non è possibile la trasformazione di un debito preesistente da chirografario a privilegiato attraverso il negozio indiretto.

Gli Ermellini affermano, infatti, che, in tali casi: “la stipulazione di un mutuo fondiario viene assunta come mera forma strutturalmente idonea a realizzare la funzione fraudolenta dell'operazione, quale quella di rendere contestuale un'ipoteca per un credito che era preesistente”

 

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Liquidazione del sinistro ed indennità di accompagnamento (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 526 del 15.01.2020).

Il caso in esame riguardava un soggetto il quale, a seguito di un sinistro, riportava gravissime macrolesioni.

La compagnia assicurativa e la società, proprietaria del veicolo, venivano, condannate al risarcimento dei danni patrimoniali e non.

La Corte di Appello competente, rivalutando la vicenda, ordinava la restituzione di parte delle somme in quanto erogate in eccesso.

Nello specifico veniva sottratto l'importo delle provvidenze pubbliche.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale rigettava il ricorso del soggetto leso e confermava la condanna, in solido, dell'assicurazione e del proprietario del veicolo, decurtando le somme percepite in eccesso.

Gli Ermellini ribadiscono i principi già affermati nella sentenza n.7774/2016, avente ad oggetto la stessa vicenda e, nella pronuncia in esame, chiariscono che la liquidazione del danno patrimoniale presuppone l'accertamento sulle spese al fine di verificarne l'effettivo esborso.

La Corte ha precisato, altresì, che, nella liquidazione del danno patrimoniale, il Giudice deve detrarre, dall'importo percepito a titolo di risarcimento, sia i benefici spettanti a titolo di indennità di accompagnamento sia i benefici erogati in virtù della legge regionale in materia di assistenza domiciliare.

 

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In caso di danni al paziente è responsabile il medico delegante se non controlla l'operato dei delegati. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50619 del 10.12.2019).

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della responsabilità del medico apicale in caso di danni causati ai pazienti da personale da lui delegato.

Nel caso di specie un dirigente medico veniva accusato di aver contribuito al decesso di un paziente a seguito di alcuni errori diagnostici effettuati da altri medici della struttura.

Nello specifico il “primario” veniva accusato di non aver svolto le proprie funzioni di indirizzo e controllo sull'operato dei medici, suoi dipendenti, nonché di non aver impartito le direttive ed istruzioni terapeutiche adeguate.

Tale comportamento avrebbe avuto un effetto concausale con l'evento morte.

La Cassazione ricorda la funzione di garanzia che il dirigente mantiene a tutela della salute dei pazienti affidati alla struttura. Egli, infatti, ha il potere-dovere di impartire le direttive, di verificare e vigilare l'attività autonoma e delegata svolta dai medici presenti nella struttura.

Pertanto, nel caso in cui il medico adempia ai propri compiti in maniera corretta non risponde, in prima persona, degli eventuali danni causati da un medico appartenente alla propria struttura.

Nel caso in esame la Suprema Corte accoglieva il ricorso del medico relativamente all'applicazione della misura restrittiva della sospensione dall'esercizio della professione per sei mesi per l'eventualità che il fatto potesse reiterarsi.

A parere della Corte, dagli elementi presenti, non risultavano esigenze cautelari, sottese alla misura interdittiva, pertanto, il caso veniva rinviato al Tribunale per un nuovo esame.

 

 

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Non è configurabile il reato di diffamazione se l'offeso non è identificabile (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 49435 del 05.12.2109).

Il caso in esame concerne la configurabilità del reato di diffamazione nel caso in cui il soggetto, a cui sono rivolte le espressioni, potenzialmente lesive, non sia identificabile.

Due soggetti venivano imputati del reato di cui all'art. 595 c.p. per aver affisso, alla finestra di loro proprietà, un cartello, contenente una espressione offensiva e posto di fronte all'abitazione della persona offesa.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello assolveva i due imputati per la particolare tenuità del fatto.

In sede di appello veniva sollevata la questione relativa all'esatta individuazione del soggetto offeso, inoltre, l'espressione meritevole di rilievo non consentiva di identificare il destinatario.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte, dove gli imputati proponevano ricorso per motivi di legittimità.

La Cassazione accoglieva il ricorso degli imputati e fornisce chiarimenti in merito agli elementi del reato di diffamazione.

In primo luogo gli Ermellini affermano di non doversi procedere in relazione all'illecito penale di ingiuria in quanto, a seguito della depenalizzazione, non è previsto dalla legge come reato.

Per ciò che riguarda il reato di diffamazione la Corte ritiene che, al di là delle implicazioni soggettive di colui che recepisce la frase come offensiva, nel caso di specie, l'espressione ritenuta potenzialmente lesiva, non ha una valenza negativa e dispregiativa, pertanto, non ha “un'effettiva portata lesiva dell'altrui reputazione.

Ciò posto, a parere della Corte non risulta integrata la fattispecie del reato di diffamazione.

L'espressione, infatti, seppur idonea a generare una reazione emotiva del soggetto, non ha assunto alcuna valenza specifica e non si evince un collegamento con la persona a cui era indirizzata percepibile da parte di soggetti terzi.

La Corte aggiunge che, in tema di reato di diffamazione, la giurisprudenza è molto chiara e rigorosa richiedendo l'individuazione del soggetto passivo, in mancanza del quale la fattispecie non può ritenersi integrata.

 

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