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In caso di danni al paziente è responsabile il medico delegante se non controlla l'operato dei delegati. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50619 del 10.12.2019).

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della responsabilità del medico apicale in caso di danni causati ai pazienti da personale da lui delegato.

Nel caso di specie un dirigente medico veniva accusato di aver contribuito al decesso di un paziente a seguito di alcuni errori diagnostici effettuati da altri medici della struttura.

Nello specifico il “primario” veniva accusato di non aver svolto le proprie funzioni di indirizzo e controllo sull'operato dei medici, suoi dipendenti, nonché di non aver impartito le direttive ed istruzioni terapeutiche adeguate.

Tale comportamento avrebbe avuto un effetto concausale con l'evento morte.

La Cassazione ricorda la funzione di garanzia che il dirigente mantiene a tutela della salute dei pazienti affidati alla struttura. Egli, infatti, ha il potere-dovere di impartire le direttive, di verificare e vigilare l'attività autonoma e delegata svolta dai medici presenti nella struttura.

Pertanto, nel caso in cui il medico adempia ai propri compiti in maniera corretta non risponde, in prima persona, degli eventuali danni causati da un medico appartenente alla propria struttura.

Nel caso in esame la Suprema Corte accoglieva il ricorso del medico relativamente all'applicazione della misura restrittiva della sospensione dall'esercizio della professione per sei mesi per l'eventualità che il fatto potesse reiterarsi.

A parere della Corte, dagli elementi presenti, non risultavano esigenze cautelari, sottese alla misura interdittiva, pertanto, il caso veniva rinviato al Tribunale per un nuovo esame.

 

 

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Non è configurabile il reato di diffamazione se l'offeso non è identificabile (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 49435 del 05.12.2109).

Il caso in esame concerne la configurabilità del reato di diffamazione nel caso in cui il soggetto, a cui sono rivolte le espressioni, potenzialmente lesive, non sia identificabile.

Due soggetti venivano imputati del reato di cui all'art. 595 c.p. per aver affisso, alla finestra di loro proprietà, un cartello, contenente una espressione offensiva e posto di fronte all'abitazione della persona offesa.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello assolveva i due imputati per la particolare tenuità del fatto.

In sede di appello veniva sollevata la questione relativa all'esatta individuazione del soggetto offeso, inoltre, l'espressione meritevole di rilievo non consentiva di identificare il destinatario.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte, dove gli imputati proponevano ricorso per motivi di legittimità.

La Cassazione accoglieva il ricorso degli imputati e fornisce chiarimenti in merito agli elementi del reato di diffamazione.

In primo luogo gli Ermellini affermano di non doversi procedere in relazione all'illecito penale di ingiuria in quanto, a seguito della depenalizzazione, non è previsto dalla legge come reato.

Per ciò che riguarda il reato di diffamazione la Corte ritiene che, al di là delle implicazioni soggettive di colui che recepisce la frase come offensiva, nel caso di specie, l'espressione ritenuta potenzialmente lesiva, non ha una valenza negativa e dispregiativa, pertanto, non ha “un'effettiva portata lesiva dell'altrui reputazione.

Ciò posto, a parere della Corte non risulta integrata la fattispecie del reato di diffamazione.

L'espressione, infatti, seppur idonea a generare una reazione emotiva del soggetto, non ha assunto alcuna valenza specifica e non si evince un collegamento con la persona a cui era indirizzata percepibile da parte di soggetti terzi.

La Corte aggiunge che, in tema di reato di diffamazione, la giurisprudenza è molto chiara e rigorosa richiedendo l'individuazione del soggetto passivo, in mancanza del quale la fattispecie non può ritenersi integrata.

 

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Necessario l'accertamento clinico strumentale per il risarcimento del danno da lesione micropermanente (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32483 del 12.12.2019).

La Suprema Corte con l'ordinanza in commento, ritorna sul tema del risarcimento del danno da cd micropermanente e sulla necessità dell'esame clinico strumentale ai fini della liquidazione del danno.

Il caso traeva origine da un appello, proposto da un automobilista, il quale, a seguito di un incidente stradale, chiedeva il risarcimento dei danni subiti.

La domanda veniva rigettava perchè ritenuta infondata.

Secondo il Tribunale competente, infatti, il conducente non aveva riportato alcuna invalidità permanente stante la “lievissima entità delle lesioni refertate”dal Pronto Soccorso.

A parere dell'organo giudicante il danno biologico sussiste in caso di compromissione dell'integrità psicofisica suscettibile di essere accertata con criteri obiettivi e scientifici.

Nella fattispecie in esame le lesioni riportate non avevano determinato alcuna limitazione delle parti interessate dal trauma, ovvero collo e spalla. Inoltre i certificati medici del medico curante sono stati ritenuti irrilevanti a differenza degli accertamenti clinici strumentali, non presenti nel caso specifico.

La Suprema Corte confermava la decisione del Tribunale ritenendo che, in materia di risarcimento del danno da c.d. micropermanente, la lesione deve essere accertata con criteri medico legali rigorosi ed  oggettivi. Tale accertamento, pur non essendo l'unico mezzo probatorio utilizzabile, risulta necessario quando la patologia, come nel caso in esame, non è verificabile solo sulla base della visita del medico-legale.

 

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Possibile il rifiuto dell'acquirente a stipulare il contratto di compravendita definitivo se il venditore non ha comunicato la provenienza dell'immobile. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32694 del 12.12.2019).

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della vendita di un immobile, quando questo è stato ricevuto dal venditore tramite donazione.

In particolare il caso analizza la questione dal punto di vista del promissario acquirente ignaro della provenienza dell'immobile al tempo della stipulazione del contratto preliminare.

Il promissario acquirente, appreso, solo successivamente alla stipula del preliminare che l'immobile in questione era stato donato al venditore dai genitori, agiva in giudizio chiedendo l'annullamento del contratto, la restituzione della caparra nonché il risarcimento del danno.

Il tribunale rigettava la domanda e la Corte di Appello confermava la sentenza.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione.

Gli Ermellini accoglievano alcuni motivi del ricorso e nell'analizzare la fattispecie richiamano precedenti in materia ai quali, con la pronuncia in esame, danno continuità.

La Suprema Corte, infatti, ribadisce che, nel caso in cui un bene immobile provenga da una donazione, sussiste il pericolo che venga esercitata l'azione di riduzione, tale rischio effettivo di rivendica consente al compratore di sospendere il pagamento o pretendere la prestazione di una garanzia.

Inoltre nel caso di specie la provenienza veniva taciuta all'acquirente.

Sul punto la Corte, richiamando una precedente pronuncia in materia di mediazione, afferma che : “la provenienza da donazione dell'immobile promesso in vendita costituisce circostanza relativa alla valutazione e alla sicurezza dell'affare rientranti nel novero delle circostanze influenti sulla conclusione di esso che il mediatore deve riferire ex art 1759 c.c. alle parti”.

In base a tale assunto, a parere dei Supremi Giudici, tale circostanza non può essere taciuta dal  venditore.

In definitiva il promissario acquirente, ignaro della provenienza dell'immobile,  può rifiutare la stipula del contratto definitivo di compravendita.

 

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Necessario l'accordo sindacale per installare la videosorveglianza nel luogo di lavoro. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50919 del 17.12.2019).

Il caso riguarda l'installazione di sistemi di videosorveglianza nei luoghi di lavoro.

Nello specifico un datore di lavoro installava, all'interno dell'azienda, 16 telecamere al fine di controllare l'accesso nei locali ed utilizzarle come deterrente per eventi criminosi nonché per controllare i lavoratori nello svolgimento delle loro mansioni.

In primo grado l'imputato veniva condannato al pagamento di una ammenda pari ad € 1,000,00 per aver violato l'art 114 e 171 del d.lgs 196/2003 e gli artt. 4 comma 1 e 38 della legge n. 300/1970.

Tale installazione avveniva senza preventivo accordo sindacale o autorizzazione da parte  dell'Ispettorato del Lavoro.

Il tribunale rilevava che l'imputato avesse, dopo la contestazione, rimosso le telecamere ma non aveva provveduto a pagare l'oblazione amministrativa, inoltre, il datore di lavoro aveva installato le telecamere prima dell'autorizzazione da parte dell'ispettorato.

A parere del giudicante, il consenso scritto dei lavoratori, depositato dall'imputato, non è sufficiente affinchè possa ritenersi legittimo il sistema di videosorveglianza, sia perchè, nel caso di specie,  successivo all'installazione, sia perchè non sostitutivo dell'accordo sindacale o dell'autorizzazione dell'Ispettorato.

L'imputato, pertanto, ricorreva in appello, ricorso poi convertito in ricorso per Cassazione in ossequio al principio del favor impugnationis.

Secondo l'imputato la motivazione della sentenza impugnata era illogica in quanto il datore di lavoro, gestendo un locale pubblico, è legittimato al controllo nell'interesse dei dipendenti, inoltre, in presenza del consenso dei lavoratori, la condotta non avrebbe dovuto assumere rilevanza penale.

La Corte respingeva il ricorso del datore di lavoro.

I Supremi Giudici chiarivano, infatti, che, soltanto per ragioni di sicurezza o di tutela del patrimonio aziendale, la legge riconosce la possibilità per il datore di lavoro di installare delle telecamere previo accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro.

Circostanze non ravvisate nel caso in esame.

Per ciò che riguarda il consenso scritto dei dipendenti la Corte precisa che non è sufficiente a scriminare la condotta del datore di lavoro dal punto di vista penale. Il lavoratore, in quanto soggetto debole del rapporto, non può provvedere, autonomamente, al riguardo, ma la regolamentazione di tali interessi è affidata alle rappresentazioni sindacali o ad un imparziale organo pubblico.

 

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Corretta acquisizione del consenso informato (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32124 del 10.12.2019).

Con la decisione in esame la Cassazione ritorna sul tema del consenso informato e sulle modalità di acquisizione affinchè il paziente riceva una adeguata informazione.

Nel caso di specie, due soggetti formulavano richiesta di risarcimento danni, dinanzi al Tribunale competente, a seguito della morte di una congiunta avvenuta dopo una operazione.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale fornisce ulteriori chiarimenti sulla corretta acquisizione del consenso informato.

Gli Ermellini precisano che il consenso non può mai essere presunto ma deve essere rilasciato dal paziente a seguito di una adeguata informazione.

Per quanto riguarda l'adempimento dell'obbligo di fornire un corretto consenso informato, la Corte afferma che non vi è adempimento nel caso in cui non vengano fornite informazioni circa la natura della cura, i rischi e le possibilità di successo. Allo stesso modo il consenso non risulta valido se fornito con modalità improprie, come ad esempio mediante la sottoscrizione di un modulo generico.

La Suprema Corte specifica, altresì, che il consenso, prestato oralmente, può essere sufficiente se preceduto da una serie di colloqui, tra il medico ed il paziente, in merito alla patologia, al tipo di intervento da eseguire e alle possibili complicazioni.

A parere della Corte risulta validamente prestato il consenso, su documento scritto, ma con la presenza di aggiunte a penna e sottoscritto dal paziente in sala operatoria prima dell'intervento.

Anche in questo caso, si specifica che, ai fini della validità, occorre che tale consenso sia il risultato di un percorso avvenuto tramite diversi incontri.

 

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Responsabilità penale del padrone del cane nel caso in cui morda per difesa (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50562 del 16 dicembre 2019).

La sentenza in esame affronta il tema della responsabilità penale del padrone di un cane nel caso in cui questo morda un soggetto per difesa.

Nello specifico la proprietaria di un cane, imputata per lesioni colpose, veniva condannata dal Giudice competente, per omessa custodia del proprio animale, il quale mordeva alla gamba un bimbo arrecandogli ferite guaribili in sette giorni.

La donna ricorreva in Cassazione affermando che il cane si trovava al guinzaglio e che non vi era obbligo di museruola.

Secondo la ricostruzione dell'imputata le lesioni scaturivano da un caso fortuito, infatti, il bambino, passando con la bicicletta sulla coda dell'animale, aveva scatenato la reazione dello stesso concretizzatasi nel morso.

La Suprema Corte accoglieva il ricorso dell'imputata, annullava la sentenza e rinviava per un nuovo esame dei fatti.

A parere dei Supremi Giudici, infatti, la sentenza impugnata presentava una ricostruzione dei fatti contrapposta senza una motivazione idonea sui motivi della scelta di una versione rispetto all'altra.

In merito alla posizione di garanzia del padrone la Corte precisa che questa non può coprire tutte le condotte imprudenti altrui.

Nel caso in cui si debba accertare la responsabilità penale, come nella vicenda in esame, non si può ricorrere alla presunzione di cui all'art. 2052 c.c. ma la responsabilità penale va accertata tramite un accertamento “in positivo” e secondo i canoni dell'art 672 c.p. anche se ormai depenalizzato a reato amministrativo.

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