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Esclusa la tenuità del fatto in caso di mancato versamento del mantenimento protratto per molto tempo. (Corte di Cassazione sez. Penale n. 5774 del 13.02.2020).

Il caso in esame concerne la punibilità del soggetto che non adempie al versamento dell'assegno di mantenimento nei confronti dei figli.

La vicenda prendeva le mosse da una decisione della Corte di appello la quale, in riforma della decisione del Tribunale, dichiarava l'imputato  non punibile ai sensi dell'art 131 bis c.p. per il reato di cui all'art. 570 comma 2, n. 2 . c.p..

A parere della Corte i fatti potevano essere qualificati di particolare tenuità in quanto l'inadempimento si era protratto solo per un periodo di tempo limitato e a seguito di difficoltà economiche che il soggetto inadempiente stava attraversando.

Il Procuratore Generale della Repubblica proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte per erronea applicazione della causa di non punibilità. A parere del Procuratore, la Corte avrebbe valutato  erroneamente il risultato istruttorio; l'imputato, infatti, aveva omesso il versamento per molto mesi.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso ed annullavano il provvedimento con rinvio ad altra sezione della Corte per un nuovo giudizio.

A parere degli stessi, infatti, la Corte di appello ha riconosciuto la tenuità del fatto e la non punibilità senza una adeguata motivazione.

Inoltre rilevava la mancata considerazione del principio in base al quale:a causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis cod. pen. è sì applicabile al reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, ma a condizione che l'omessa corresponsione del contributo al mantenimento abbia avuto carattere di mera occasionalità; e la modesta entità del contenuto dell'obbligo contributivo imposto e non adempiuto non è di per sé sufficiente a configurare la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, avendo rilievo, a tal fine, le modalità e la durata della violazione”.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

 

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In caso di danni al paziente è responsabile il medico delegante se non controlla l'operato dei delegati. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50619 del 10.12.2019).

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della responsabilità del medico apicale in caso di danni causati ai pazienti da personale da lui delegato.

Nel caso di specie un dirigente medico veniva accusato di aver contribuito al decesso di un paziente a seguito di alcuni errori diagnostici effettuati da altri medici della struttura.

Nello specifico il “primario” veniva accusato di non aver svolto le proprie funzioni di indirizzo e controllo sull'operato dei medici, suoi dipendenti, nonché di non aver impartito le direttive ed istruzioni terapeutiche adeguate.

Tale comportamento avrebbe avuto un effetto concausale con l'evento morte.

La Cassazione ricorda la funzione di garanzia che il dirigente mantiene a tutela della salute dei pazienti affidati alla struttura. Egli, infatti, ha il potere-dovere di impartire le direttive, di verificare e vigilare l'attività autonoma e delegata svolta dai medici presenti nella struttura.

Pertanto, nel caso in cui il medico adempia ai propri compiti in maniera corretta non risponde, in prima persona, degli eventuali danni causati da un medico appartenente alla propria struttura.

Nel caso in esame la Suprema Corte accoglieva il ricorso del medico relativamente all'applicazione della misura restrittiva della sospensione dall'esercizio della professione per sei mesi per l'eventualità che il fatto potesse reiterarsi.

A parere della Corte, dagli elementi presenti, non risultavano esigenze cautelari, sottese alla misura interdittiva, pertanto, il caso veniva rinviato al Tribunale per un nuovo esame.

 

 

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Non è configurabile il reato di diffamazione se l'offeso non è identificabile (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 49435 del 05.12.2109).

Il caso in esame concerne la configurabilità del reato di diffamazione nel caso in cui il soggetto, a cui sono rivolte le espressioni, potenzialmente lesive, non sia identificabile.

Due soggetti venivano imputati del reato di cui all'art. 595 c.p. per aver affisso, alla finestra di loro proprietà, un cartello, contenente una espressione offensiva e posto di fronte all'abitazione della persona offesa.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello assolveva i due imputati per la particolare tenuità del fatto.

In sede di appello veniva sollevata la questione relativa all'esatta individuazione del soggetto offeso, inoltre, l'espressione meritevole di rilievo non consentiva di identificare il destinatario.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte, dove gli imputati proponevano ricorso per motivi di legittimità.

La Cassazione accoglieva il ricorso degli imputati e fornisce chiarimenti in merito agli elementi del reato di diffamazione.

In primo luogo gli Ermellini affermano di non doversi procedere in relazione all'illecito penale di ingiuria in quanto, a seguito della depenalizzazione, non è previsto dalla legge come reato.

Per ciò che riguarda il reato di diffamazione la Corte ritiene che, al di là delle implicazioni soggettive di colui che recepisce la frase come offensiva, nel caso di specie, l'espressione ritenuta potenzialmente lesiva, non ha una valenza negativa e dispregiativa, pertanto, non ha “un'effettiva portata lesiva dell'altrui reputazione.

Ciò posto, a parere della Corte non risulta integrata la fattispecie del reato di diffamazione.

L'espressione, infatti, seppur idonea a generare una reazione emotiva del soggetto, non ha assunto alcuna valenza specifica e non si evince un collegamento con la persona a cui era indirizzata percepibile da parte di soggetti terzi.

La Corte aggiunge che, in tema di reato di diffamazione, la giurisprudenza è molto chiara e rigorosa richiedendo l'individuazione del soggetto passivo, in mancanza del quale la fattispecie non può ritenersi integrata.

 

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Necessario l'accordo sindacale per installare la videosorveglianza nel luogo di lavoro. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50919 del 17.12.2019).

Il caso riguarda l'installazione di sistemi di videosorveglianza nei luoghi di lavoro.

Nello specifico un datore di lavoro installava, all'interno dell'azienda, 16 telecamere al fine di controllare l'accesso nei locali ed utilizzarle come deterrente per eventi criminosi nonché per controllare i lavoratori nello svolgimento delle loro mansioni.

In primo grado l'imputato veniva condannato al pagamento di una ammenda pari ad € 1,000,00 per aver violato l'art 114 e 171 del d.lgs 196/2003 e gli artt. 4 comma 1 e 38 della legge n. 300/1970.

Tale installazione avveniva senza preventivo accordo sindacale o autorizzazione da parte  dell'Ispettorato del Lavoro.

Il tribunale rilevava che l'imputato avesse, dopo la contestazione, rimosso le telecamere ma non aveva provveduto a pagare l'oblazione amministrativa, inoltre, il datore di lavoro aveva installato le telecamere prima dell'autorizzazione da parte dell'ispettorato.

A parere del giudicante, il consenso scritto dei lavoratori, depositato dall'imputato, non è sufficiente affinchè possa ritenersi legittimo il sistema di videosorveglianza, sia perchè, nel caso di specie,  successivo all'installazione, sia perchè non sostitutivo dell'accordo sindacale o dell'autorizzazione dell'Ispettorato.

L'imputato, pertanto, ricorreva in appello, ricorso poi convertito in ricorso per Cassazione in ossequio al principio del favor impugnationis.

Secondo l'imputato la motivazione della sentenza impugnata era illogica in quanto il datore di lavoro, gestendo un locale pubblico, è legittimato al controllo nell'interesse dei dipendenti, inoltre, in presenza del consenso dei lavoratori, la condotta non avrebbe dovuto assumere rilevanza penale.

La Corte respingeva il ricorso del datore di lavoro.

I Supremi Giudici chiarivano, infatti, che, soltanto per ragioni di sicurezza o di tutela del patrimonio aziendale, la legge riconosce la possibilità per il datore di lavoro di installare delle telecamere previo accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro.

Circostanze non ravvisate nel caso in esame.

Per ciò che riguarda il consenso scritto dei dipendenti la Corte precisa che non è sufficiente a scriminare la condotta del datore di lavoro dal punto di vista penale. Il lavoratore, in quanto soggetto debole del rapporto, non può provvedere, autonomamente, al riguardo, ma la regolamentazione di tali interessi è affidata alle rappresentazioni sindacali o ad un imparziale organo pubblico.

 

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Corretta acquisizione del consenso informato (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32124 del 10.12.2019).

Con la decisione in esame la Cassazione ritorna sul tema del consenso informato e sulle modalità di acquisizione affinchè il paziente riceva una adeguata informazione.

Nel caso di specie, due soggetti formulavano richiesta di risarcimento danni, dinanzi al Tribunale competente, a seguito della morte di una congiunta avvenuta dopo una operazione.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale fornisce ulteriori chiarimenti sulla corretta acquisizione del consenso informato.

Gli Ermellini precisano che il consenso non può mai essere presunto ma deve essere rilasciato dal paziente a seguito di una adeguata informazione.

Per quanto riguarda l'adempimento dell'obbligo di fornire un corretto consenso informato, la Corte afferma che non vi è adempimento nel caso in cui non vengano fornite informazioni circa la natura della cura, i rischi e le possibilità di successo. Allo stesso modo il consenso non risulta valido se fornito con modalità improprie, come ad esempio mediante la sottoscrizione di un modulo generico.

La Suprema Corte specifica, altresì, che il consenso, prestato oralmente, può essere sufficiente se preceduto da una serie di colloqui, tra il medico ed il paziente, in merito alla patologia, al tipo di intervento da eseguire e alle possibili complicazioni.

A parere della Corte risulta validamente prestato il consenso, su documento scritto, ma con la presenza di aggiunte a penna e sottoscritto dal paziente in sala operatoria prima dell'intervento.

Anche in questo caso, si specifica che, ai fini della validità, occorre che tale consenso sia il risultato di un percorso avvenuto tramite diversi incontri.

 

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Responsabilità penale del padrone del cane nel caso in cui morda per difesa (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50562 del 16 dicembre 2019).

La sentenza in esame affronta il tema della responsabilità penale del padrone di un cane nel caso in cui questo morda un soggetto per difesa.

Nello specifico la proprietaria di un cane, imputata per lesioni colpose, veniva condannata dal Giudice competente, per omessa custodia del proprio animale, il quale mordeva alla gamba un bimbo arrecandogli ferite guaribili in sette giorni.

La donna ricorreva in Cassazione affermando che il cane si trovava al guinzaglio e che non vi era obbligo di museruola.

Secondo la ricostruzione dell'imputata le lesioni scaturivano da un caso fortuito, infatti, il bambino, passando con la bicicletta sulla coda dell'animale, aveva scatenato la reazione dello stesso concretizzatasi nel morso.

La Suprema Corte accoglieva il ricorso dell'imputata, annullava la sentenza e rinviava per un nuovo esame dei fatti.

A parere dei Supremi Giudici, infatti, la sentenza impugnata presentava una ricostruzione dei fatti contrapposta senza una motivazione idonea sui motivi della scelta di una versione rispetto all'altra.

In merito alla posizione di garanzia del padrone la Corte precisa che questa non può coprire tutte le condotte imprudenti altrui.

Nel caso in cui si debba accertare la responsabilità penale, come nella vicenda in esame, non si può ricorrere alla presunzione di cui all'art. 2052 c.c. ma la responsabilità penale va accertata tramite un accertamento “in positivo” e secondo i canoni dell'art 672 c.p. anche se ormai depenalizzato a reato amministrativo.

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Esposizione all'amianto: riconoscimento e risarcimento danni

Tra le malattie professionali merita sicuramente attenzione il tema dei danni derivanti dall'esposizione del lavoratore all'amianto.

Nel corso del tempo la fattispecie, oltre ad essere analizzata dal punto di vista penale, è posta all'attenzione anche del Giudice civile nonché del Giudice del lavoro.

La giurisprudenza ha fornito in materia dei chiarimenti sul nesso causale, sulla responsabilità datoriale, sul risarcimento del danno, anche di natura non patrimoniale. In alcuni precedenti la questione si è focalizzata anche sul risarcimento del danno morale e biologico, patito dal soggetto deceduto, arrivando ad imporre una personalizzazione del danno stesso.

L'esposizione all'amianto non ha generato delle problematiche solamente ai lavoratori in stretto contatto con il materiale nocivo, ma ha interessato, anche, tutti quei soggetti che risiedono o frequentano ambienti dove è presente l'amianto.

Dal punto di vista normativo le prime disposizioni, in materia, risalgono, in Italia, intorno al 1986, ma è con la legge n. 257 del 1992 che vengono introdotte le norme per la cessazione dell'impiego di amianto e per lo smaltimento controllato.

Nel 1992 l'Italia mette al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietando l'estrazione, l'importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto. Viene anche previsto un programma di dismissione e si delineano i criteri per i benefici previdenziali a favore dei lavoratori in contatto con il materiale nocivo.

Dal punto di vista giurisprudenziale si assiste, nel tempo, ad una evoluzione sia dell'accertamento della patologia, del suo riconoscimento nonché del conseguente risarcimento.

In ambito penale, il datore di lavoro viene chiamato a rispondere di lesioni personali o di omicidio colposo con conseguente richiesta risarcitoria formulata dal lavoratore o dai suoi eredi in qualità di parte civile.

In tema di responsabilità del datore di lavoro si segnala una delle pronunce più recenti della Suprema Corte, Sez. lavoro, ovvero la sentenza n. 19270 del 2017.

La questione riguardava la richiesta di risarcimento danni, avviata, dagli eredi di un lavoratore morto per carcinoma polmonare, nei confronti delle società presso le quali aveva lavorato.

 

La Corte si allinea alle precedenti pronunce e ribadisce “la sufficienza dell'accertata esposizione lesiva alle polveri di amianto del lavoratore durante lo svolgimento della prestazione lavorativa e dunque l'utilizzo del fattore tossico nell'ambiente lavorativo, a fondare la presunzione di colpevolezza del datore di lavoro e dunque la domanda di risarcimento dei danni alla salute correlati ai sensi dell'art. 2087 c.c.

 La norma, infatti, nel tutelare le condizioni di lavoro, prevede che l'imprenditore debba adottare le misure necessarie a tutelare l'integrità fisica e morale dei prestatori di lavoro.

La responsabilità del datore di lavoro, ai sensi della citata norma, non è circoscritta alla violazione di regole d'esperienza o di regole tecniche collaudate, in quanto la norma sanziona l'omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro.

In base a quanto sopra, nel caso in cui si accerti che il danno sia stato causato dalla nocività dell'attività per esposizione all'amianto, sarà onere del datore di lavoro provare di aver adottato tutte le cautele e misure necessarie a tutelare la salute del lavoratore.

 Sempre in tema di risarcimento del danno, altra problematica riguarda l'entità dello stesso danno non patrimoniale.

Sul punto la sentenza n. 2551 del 2012 fornisce dei chiarimenti interessanti.

Nel caso di specie la questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dietro richiesta di risarcimento danni da parte degli eredi di un lavoratore deceduto a seguito di una neoplasia polmonare.

La Corte di merito aveva accertato la responsabilità del datore di lavoro ma aveva messo in discussione il risarcimento del danno morale e biologico patito dal lavoratore per il periodo tra l'evento dannoso e l'evento morte.

La Corte ha imposto la personalizzazione del danno affermando che, nella determinazione del danno, occorre tenere in considerazione, non solo la durata dell'intervallo tra la manifestazione della malattia e l'evento morte, ma anche l'intensità della sofferenza provata ovvero delle particolari condizioni personali e soggettive della fattispecie in concreto.

Il quadro delineato, seppur per sommi capi, sembra rappresentare un avanzamento nel riconoscimento delle patologie sorte a seguito di esposizione, durante la prestazione lavorativa, a materiali nocivi.

I “dibattiti” sul tema derivanti dai vari giudizi, sia di natura civile che penale, appaiono utili e necessari  all'evoluzione, al consolidamento della normativa e della giurisprudenza in materia e magari a suscitare una maggiore collaborazione da parte di noi cittadini affinché lo smaltimento e la bonifica del nostro territorio sia la priorità.

 

 

Articolo redatto dall'Avv. Carlo Cavalletti

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