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Il Comune che non rimuove le barriere architettoniche è tenuto a risarcire i danni al disabile. (Corte di Cassazione sez. Civile n. 3691 del 13.02.2020).

Il caso in esame riguardava una consigliera comunale disabile la quale, a causa delle barriere architettoniche, non riusciva ad accedere alla sala consiliare.

La donna riteneva responsabile il Comune per non aver messo in atto misure idonee a facilitare l'ingresso della stessa negli uffici in attesa dell'istallazione dell'ascensore.

La consigliera proponeva appello avverso l'ordinanza del Tribunale ed otteneva un risarcimento danni in via equitativa pari ad € 15.000,00.

La Corte di appello affermava, infatti, che la mancata eliminazione delle barriere architettoniche rappresentava una discriminazione indiretta che, ai sensi dell'art. 2 comma 3 della legge 10 marzo 2006 n. 67, include gli atti o comportamenti neutri che mettono la persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto alle altre.

La Corte precisava, altresì, che la discriminazione indiretta prescinde dall'intenzione discriminatoria del soggetto agente.

Il Comune ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove sosteneva sia di aver adottato gli accorgimenti necessari, così come previsto dalla legge per gli edifici già esistenti, sia di essersi adoperato al fine di predisporre una soluzione alternativa la quale avrebbe escluso la volontà di discriminazione.

La Suprema Corte rigettava il ricorso ritenendo i motivi esposti dal Comune in parte infondati ed in parte inammissibili.

Inoltre per quanto riguarda  le doglianze relative alla quantificazione del risarcimento del danno la Corte ha dichiarato di aver tenuto in considerazione la destinazione d'uso del fabbricato, la qualifica dell'istante nonché del periodo in cui il Comune è stato inadempiente.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

 

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Liquidazione del sinistro ed indennità di accompagnamento (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 526 del 15.01.2020).

Il caso in esame riguardava un soggetto il quale, a seguito di un sinistro, riportava gravissime macrolesioni.

La compagnia assicurativa e la società, proprietaria del veicolo, venivano, condannate al risarcimento dei danni patrimoniali e non.

La Corte di Appello competente, rivalutando la vicenda, ordinava la restituzione di parte delle somme in quanto erogate in eccesso.

Nello specifico veniva sottratto l'importo delle provvidenze pubbliche.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale rigettava il ricorso del soggetto leso e confermava la condanna, in solido, dell'assicurazione e del proprietario del veicolo, decurtando le somme percepite in eccesso.

Gli Ermellini ribadiscono i principi già affermati nella sentenza n.7774/2016, avente ad oggetto la stessa vicenda e, nella pronuncia in esame, chiariscono che la liquidazione del danno patrimoniale presuppone l'accertamento sulle spese al fine di verificarne l'effettivo esborso.

La Corte ha precisato, altresì, che, nella liquidazione del danno patrimoniale, il Giudice deve detrarre, dall'importo percepito a titolo di risarcimento, sia i benefici spettanti a titolo di indennità di accompagnamento sia i benefici erogati in virtù della legge regionale in materia di assistenza domiciliare.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

 

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Responsabilità della struttura in caso di ritardo nella diagnosi. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 514 del 15.01.2020).

Nella decisione in esame la Suprema Corte si occupa della responsabilità dell'azienda sanitaria in caso di ritardo nella diagnosi.

La vicenda riguardava un paziente, colpito da ictus, il quale agiva in giudizio al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non, subiti a causa dell'omessa diagnosi e cura della sua patologia.

Il Tribunale accoglieva il ricorso della Asl e della compagnia assicuratrice le quali venivano ritenute responsabili nella percentuale del 20% limitando il risarcimento al solo danno non patrimoniale.

La decisione veniva riconfermata anche in appello dove i giudici rilevavano che, nel caso di specie, il paziente non avrebbe potuto continuare a svolgere la propria attività lavorativa o simili, anche se la diagnosi e la terapia fossero intervenute tempestivamente.

Tale affermazione discendeva, anche, dalla circostanza che i postumi riconducibili alla patologia ischemica erano rilevanti e nello specifico quantificati nella misura del 45%.

La Suprema Corte ha precisato che occorre tenere in considerazione lo stato di salute pregresso del paziente, nonché le menomazioni preesistenti che possono essere coesistenti o concorrenti con il maggior danno causato dall'illecito.

La struttura sanitaria, pertanto, sarà responsabile nella misura percentuale in cui un intervento tempestivo avrebbe potuto ridurre le conseguenze negative.

Nel caso in esame, considerata l'invalidità totale pari al 65% e quella pregressa al 45%, il Giudice liquiderà un valore monetario pari al 20%.

In definitiva l'Asl risponderà, per diagnosi tardiva, solo nella misura in cui l'errore ha, direttamente, aggravato la patologia.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

 

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Revisione dell'assegno di divorzio in presenza di circostanze sopravvenute capaci di alterare l'equilibrio (Corte di Cassazione, Sezione Civile n 1119 del 20.01.2020).

A seguito delle pronunce in tema di determinazione dell'assegno di divorzio e sui nuovi criteri da seguire, la Corte ritorna sul tema fornendo ulteriori chiarimenti.

Il caso in esame sorgeva a seguito della richiesta, ex art 9 della legge n. 898 del 1970, formulata da un marito il quale chiedeva al Tribunale di non dover corrispondere l'assegno divorzile alla moglie e di ridurre l'assegno di mantenimento da versare nei confronti della figlia.

Il Tribunale e la Corte di Appello rigettavano la richiesta dell'uomo.

A parere dei Giudici, il giudizio era stato intrapreso al fine di rivedere le circostanze dedotte e presenti al momento della pronuncia.

Il marito ricorreva in Cassazione rilevando, tra le altre cose, il raddoppio del reddito della ex moglie, il peggioramento delle sue condizioni di salute nonché il mutamento e lo squilibrio delle condizioni economiche delle parti.

La Suprema Corte, nel decidere la questione, ha preso in considerazione le pronunce n. 1154 del 2019 e la n. 18287 del 2018 delle Sezioni Unite, le quali hanno enunciato dei principi importanti in materia di se e quantum dell'assegno divorzile.

L'assegno, infatti, assume una funzione perequativa, compensativa, assistenziale e valorizza il contributo apportato dai coniugi alla realizzazione della famiglia.

Gli Ermellini, dovevano decidere se, in sede di revisione dell'assegno, applicare i nuovi principi sanciti dalle pronunce di cui sopra, se tenere in considerazione i motivi sopravvenuti o se, il mutamento della funzione dell'assegno, rappresentasse un giustificato motivo valutabile ex art 9 della legge sul divorzio.

La Corte ha affermato che il Giudice deve “limitarsi a verificare se, e in che misura, le circostanze, sopravvenute e provate dalle parti abbiano alterato l'equilibrio così raggiunto e adeguare l'importo, o lo stesso obbligo della contribuzione, alla nuova situazione patrimoniale-reddituale accertata”.

Nel caso di specie, la Corte, nel respingere il ricorso, dichiarava inammissibili i motivi in quanto le circostanze allegate non erano sopravvenute e quindi sono state ritenute non decisive.

Commento dell' Avv. Mariangela Caradonna

c/o Studio Legale Cavalletti

 

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La città in cui si vive influisce sulla determinazione dell'assegno di divorzio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 174 del 09.01.2020).

Con la sentenza in esame la Suprema Corte affronta il tema della quantificazione dell'assegno di divorzio tenendo in considerazione la città in cui il coniuge obbligato risiede.

Il caso in esame traeva origine dalla richiesta di un ex marito il quale chiedeva la riduzione dell'assegno da versare all'ex moglie.

A parere dell'ex coniuge, vivendo a Roma, dove il costo della vita risultava essere più elevato, l'importo dell'assegno stabilito doveva essere ridotto.

La Corte di Appello territoriale riduceva l'importo assegnato dal Giudice di prime cure.

La decisione di secondo grado ha tenuto in considerazione sia l'elevato costo della vita dove viveva l'uomo, sia i costi che l'obbligato sosteneva, a causa delle sue condizioni di salute, per le cure ed assistenza

L'ex moglie, pertanto, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione contestando la decisione della Corte di appello.

La donna rilevava la mancanza di indagini istruttorie relative all'obbligato, censurava l'omesso esame di produzioni documentali, ritenute, dalla Corte, irrilevanti, nonché l'introduzione di circostanze nuove, come il riferimento alle patologie dell'uomo.

La Suprema Corte ha confermato la decisione dei Giudici di Appello e ha precisato, altresì, che: “ nei giudizi di separazione e divorzio, gli elementi di fatto che possono incidere sull'attribuzione e determinazione degli obblighi economici, ove verificatesi in corso di causa, devono essere presi in esame nella pendenza del giudizio, in quanto governato dalla regola sic stantibus”.

Sulla base di quanto sopra, la città in cui vive il coniuge, obbligato al versamento dell'assegno, può incidere sulla quantificazione dello stesso, consentendo una riduzione dell'importo laddove il costo della vita risulti più alto.

 

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Necessario l'accertamento clinico strumentale per il risarcimento del danno da lesione micropermanente (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32483 del 12.12.2019).

La Suprema Corte con l'ordinanza in commento, ritorna sul tema del risarcimento del danno da cd micropermanente e sulla necessità dell'esame clinico strumentale ai fini della liquidazione del danno.

Il caso traeva origine da un appello, proposto da un automobilista, il quale, a seguito di un incidente stradale, chiedeva il risarcimento dei danni subiti.

La domanda veniva rigettava perchè ritenuta infondata.

Secondo il Tribunale competente, infatti, il conducente non aveva riportato alcuna invalidità permanente stante la “lievissima entità delle lesioni refertate”dal Pronto Soccorso.

A parere dell'organo giudicante il danno biologico sussiste in caso di compromissione dell'integrità psicofisica suscettibile di essere accertata con criteri obiettivi e scientifici.

Nella fattispecie in esame le lesioni riportate non avevano determinato alcuna limitazione delle parti interessate dal trauma, ovvero collo e spalla. Inoltre i certificati medici del medico curante sono stati ritenuti irrilevanti a differenza degli accertamenti clinici strumentali, non presenti nel caso specifico.

La Suprema Corte confermava la decisione del Tribunale ritenendo che, in materia di risarcimento del danno da c.d. micropermanente, la lesione deve essere accertata con criteri medico legali rigorosi ed  oggettivi. Tale accertamento, pur non essendo l'unico mezzo probatorio utilizzabile, risulta necessario quando la patologia, come nel caso in esame, non è verificabile solo sulla base della visita del medico-legale.

 

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Possibile il rifiuto dell'acquirente a stipulare il contratto di compravendita definitivo se il venditore non ha comunicato la provenienza dell'immobile. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32694 del 12.12.2019).

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della vendita di un immobile, quando questo è stato ricevuto dal venditore tramite donazione.

In particolare il caso analizza la questione dal punto di vista del promissario acquirente ignaro della provenienza dell'immobile al tempo della stipulazione del contratto preliminare.

Il promissario acquirente, appreso, solo successivamente alla stipula del preliminare che l'immobile in questione era stato donato al venditore dai genitori, agiva in giudizio chiedendo l'annullamento del contratto, la restituzione della caparra nonché il risarcimento del danno.

Il tribunale rigettava la domanda e la Corte di Appello confermava la sentenza.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione.

Gli Ermellini accoglievano alcuni motivi del ricorso e nell'analizzare la fattispecie richiamano precedenti in materia ai quali, con la pronuncia in esame, danno continuità.

La Suprema Corte, infatti, ribadisce che, nel caso in cui un bene immobile provenga da una donazione, sussiste il pericolo che venga esercitata l'azione di riduzione, tale rischio effettivo di rivendica consente al compratore di sospendere il pagamento o pretendere la prestazione di una garanzia.

Inoltre nel caso di specie la provenienza veniva taciuta all'acquirente.

Sul punto la Corte, richiamando una precedente pronuncia in materia di mediazione, afferma che : “la provenienza da donazione dell'immobile promesso in vendita costituisce circostanza relativa alla valutazione e alla sicurezza dell'affare rientranti nel novero delle circostanze influenti sulla conclusione di esso che il mediatore deve riferire ex art 1759 c.c. alle parti”.

In base a tale assunto, a parere dei Supremi Giudici, tale circostanza non può essere taciuta dal  venditore.

In definitiva il promissario acquirente, ignaro della provenienza dell'immobile,  può rifiutare la stipula del contratto definitivo di compravendita.

 

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