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Possibile la compensazione dell'assegno di mantenimento con altri crediti (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 9686 del 26 maggio 2020).

Una ex moglie agiva esecutivamente nei confronti dell'ex marito al fine di recuperare l'assegno di mantenimento non corrisposto.

L'uomo proponeva opposizione avverso l'esecuzione per espropriazione immobiliare ed eccepiva in compensazione il credito derivante dal pagamento di un mutuo fondiario stipulato da entrambi.

In primo grado e in sede di appello l'opposizione trovava accoglimento. Nello specifico si precisava che il credito vantato dalla donna non era di natura alimentare ed il contro credito, opposto dal marito, derivava da un mutuo contratto da entrambi i coniugi.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dinanzi alla quale l'ex moglie proponeva ricorso.

La ricorrente rilevava che il mantenimento in questione riguardava anche quello per i figli, pertanto, non soggetto a compensazione.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso ritenendo il motivo in parte inammissibile in parte infondato.

La Corte precisava, infatti, che per quanto riguarda il credito per il mantenimento dei figli esso "presuppone uno stato di bisogno strutturale perché riferito a soggetti carenti di autonomia economica e come tali titolari di un diritto di sostentamento conformato dall'ordinamento, con riguardo alla complessiva formazione della persona; la ragione creditoria è pertanto indisponibile e impignorabile se non per crediti parimenti alimentari e di conseguenza, non compensabile."

Per ciò che riguarda invece la natura del mantenimento nei confronti dell'ex coniuge esso trova la sua fonte non in uno stato di bisogno ma bensì nel diritto all'assistenza morale e materiale derivante dal rapporti di coniugio.

Sulla base del ragionamento operato dalla Corte è, pertanto, possibile, al credito per il mantenimento del coniuge azionato in via esecutiva, opporre ex art 615 c.p.c., un contro credito di importo superiore al credito azionato e di pronta soluzione.




Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

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Modificabile l'assegno di mantenimento in pendenza di divorzio (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 7547 depositata il 27.03.2020).

La vicenda riguardava due coniugi coinvolti nel giudizio di separazione.
La Corte di Appello competente aumentava l'assegno di mantenimento, dovuto dall'ex marito, in € 750,00 mensili, dal mese di novembre 2014 al mese di settembre 2015.
La decisione aveva tenuto in considerazione il fatto che, in sede di divorzio, l'ordinanza presidenziale aveva stabilito l'importo in € 800,00, a partire dal mese di ottobre 2015, ritenendo congruo l'importo determinato in sede di separazione.
L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove lamentava la violazione e falsa applicazione dell'art. 4 della legge n. 898 del 1970.
A parere del ricorrente il giudice della separazione avrebbe, indebitamente, sovrapposto la sua decisione a quella del giudice del divorzio. Nello specifico, secondo il soggetto obbligato, la Corte di Appello non poteva, in pendenza di divorzio, rideterminare l'importo.
La Suprema Corte, con la pronuncia in esame, rigettava il ricorso ritenendolo non fondato.
Secondo gli Ermellini ha correttamente agito il giudice dell'impugnazione il quale ha il potere di giudicare sulla domanda di attribuzione o modifica del mantenimento anche se in pendenza del giudizio di divorzio. Tale possibilità è esclusa nel caso in cui il presidente abbia adottato provvedimenti provvisori ed urgenti nella fase istruttoria o presidenziale.
I provvedimenti economici, adottati in sede di separazione, infatti, valgono fino a quando non viene adottato un nuovo regolamento in sede di divorzio.
Nel caso di specie, anche in considerazione delle date di decorrenza dell'importo, il giudice della separazione non si è sovrapposto alle statuizioni fissate in sede di divorzio.

 

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Possibile l'azione di regresso nei confronti del genitore inadempiente per ottenere il rimborso delle spese sostenute per il figlio fin dal nascita- (Corte di Cassazione ordinanza n. 16404 del 2019 pubblicata il 20.06.2019).

 Possibile l'azione di regresso nei confronti del genitore inadempiente per ottenere il rimborso delle spese sostenute per il figlio fin dal nascita- (Corte di Cassazione ordinanza n. 16404 del 2019 pubblicata il 20.06.2019).

Il caso di specie riguarda la condanna, in primo grado, del padre naturale, al pagamento, nei confronti della madre, della somma di euro 500,00 a titolo di mantenimento del figlio, oltre al rimborso del 50% delle spese mediche e di istruzione. Nella stessa sentenza veniva, altresì, previsto a carico del padre la corresponsione della somma di euro 60.000, a titolo di rimborso spese di mantenimento e di risarcimento dei danni.

Dinanzi alla Corte di Appello, la decisione veniva parzialmente riformata, pertanto, il padre impugnava il provvedimento con ricorso per Cassazione.

Nello specifico, contestava  sia la condanna al rimborso delle spese di mantenimento che l'entità del quantum.

La vicenda dinanzi alla Suprema Corte si conclude con il rigetto del ricorso perchè infondato..

La Corte, in tale circostanza, ha motivato la decisione affermando che, in virtù di quanto previsto dall'art 148 c.c., il genitore, che ha provveduto integralmente al mantenimento del figlio, ha il diritto di esercitare l'azione di regresso nei confronti dell'altro genitore.

In sostanza, la predetta azione di regresso, comporta il richiamo delle regole previste in materia di rapporto tra condebitori solidali in virtù del disposto di cui all'art 148 c.c.

In merito alla seconda doglianza, lamentata dal padre, ovvero l'entità del quantum, la Cassazione ribadisce che, in sede di legittimità, non è consentito rimettere in discussione gli esiti istruttori già raggiunti nella decisione impugnata. In caso contrario si darebbe luogo ad un terzo grado di merito, come tale, non consentito.

 

 

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L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa qualora quest'ultimo, presso una sede diversa dal luogo di residenza, non abbia ottenuto alcun titolo di studio o una possibile occupazione remunerativa

“L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa  qualora quest'ultimo, presso una sede diversa dal luogo di residenza, non abbia ottenuto alcun titolo di studio o una possibile occupazione remunerativa” (Tribunale di Pisa rg. 942 anno 2018).

 

Il caso trattato dallo Studio Legale Cavalletti (nella persona dei legali avv. Carlo Cavalletti e Martina Marianetti) prende spunto da una richiesta di revoca dell'assegno di mantenimento proposta dal padre della figlia che si era visto arrivare una comunicazione da parte dell'Agenzia delle Entrate per modifiche alla dichiarazione dei redditi in quanto la resistente non era più a suo carico.

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