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La prova fornita dal lavoratore dell'esposizione all'amianto può essere considerata nesso di causa tra [..]

“La prova fornita dal lavoratore dell'esposizione all'amianto può essere considerata nesso di causa tra l'esposizione e la malattia. Considerazioni sul danno del lavoratore e degli eredi” (Tribunale di Taranto 27 ottobre 2016).
Il caso concerne un lavoratore che – dopo aver lavorato per molti anni in un reparto ove si utilizzava l'amianto – si ammalava venendo allo stesso diagnosticato un mesotelioma pleurico.

Prima di procedere all'analisi del caso concreto, lo scrivente intende ricordare come sia ormai dato acquisito per la scienza medica (fin dai primi anni del ‘900) che le fibre di amianto, giunte fino nei bronchioli respiratori e negli alveoli polmonari, provocano una risposta infiammatoria e vengono fagocitate dai macrofagi alveolari che si attivano nel tentativo di eliminare l’elemento estraneo; in caso di fibre lunghe però i macrofagi vanno incontro a morte cellulare rilasciando nuovamente la fibra e fattori chemiotattici per i neutrofili, oltre a sostanze ossidanti e ad enzimi litici; si instaura un circolo vizioso con richiamo di nuovi macrofagi e perpetuazione del processo infiammatorio; in particolare i radicali liberi liberati hanno effetto citotossico diretto sulle cellule che rivestono gli alveoli, i pneumociti di I tipo, e un effetto di stimolazione della proliferazione e dell’attivazione dei fibroblasti dell’interstizio. Tutto ciò provoca deposizione di collagene nell’interstizio con ispessimento della parete bronchiale ed alveolare e, in sintesi, di fibrosi interstiziale diffusa (ossia, asbestosi oppure può generare il mesotelioma).

Si ricorda che la nocività dell’inalazione delle polveri di amianto, in particolare sotto il profilo della genesi dell’asbestosi, era nota da epoca assai risalente: nel 1943, con l. 12 aprile 1943, n° 455, si incluse l’asbestosi nella lista delle malattie professionali per le quali è obbligatoria l’assicurazione da parte del datore di lavoro (secondo Cass. 9 maggio 1998, n° 4721, addirittura, si potrebbe far risalire la conoscibilità della pericolosità dell’amianto al r.d. 14 giungo 1909, n° 442, che includeva la filatura e tessitura dell’asbesto fra i lavori insalubri o pericolosi, con una specifica previsione relativa ai locali ove si svolgevano le lavorazioni). Dunque, l'homo eiusdem condicionis ac professionis (nel caso i vertici aziendali di società che nela gran parte dei casi rappresentano i principali poli cantieristici italiani) aveva senz'altro cognizione, sin dall'immediato dopoguerra, della dannosità per la salute umana dell'esposizione all’asbesto. Era quindi del tutto prevedibile che la mancata eliminazione, o riduzione significativa, della fonte di assunzione comportasse il rischio dell'insorgere di una malattia gravemente lesiva della salute dei lavoratori. A maggior ragione visto che le misure di prevenzione da adottare per evitare l'insorgenza della malattia conosciuta (l'asbestosi) erano identiche a quelle richieste per eliminare o ridurre gli altri rischi, anche quelli non conosciuti (Cass. pen. Sez. IV, 11 luglio 2002, Macola).

Ed allora la sentenza in commento appare importante perché, nell'accertare la causa tra la malattia del lavoratore e il luogo di lavoro ove veniva utilizzato l'amianto, si limiterebbe a prendere in considerazione le sole risultanze testimoniali.

Pur tuttavia bisogna sottolineare come in molteplici sentenze la giurisprudenza in materia ritiene che il nesso dovrà e potrà essere accertato se esistono leggi di copertura scientifiche e comunque secondo una causalità singolare ovvero determinata nel caso specifico.

Si ricorda come  spesso, nei giudizi per responsabilità datoriale ex art. 2087 c.c., vengono nominati CTU ambientali e/o l'ispezione se non CTU mediche.
Per quanto concerne il danno, liquidato nella sentenza richiamata ove il lavoratore aveva vissuto per sette mesi prima di morire di mesotelioma, il Tribunale liquidava il danno biologico permanente corrispondente a una invalidità al 100% oltre ad un aumento del 25 del danno in forza della considerazione che il richiedente si era reso conto della prossima morta.

Nel caso richiamato e in caso simili la prima voce di danno è quello relativo alla salute e alle sofferenze del malato che, nel caso di morte, sarà corrisposto agli eredi. I congiunti della vittima subiscono un danno ire proprio corrispondente alla lesione del vincolo affettivo.

Naturalmente nella valutazione del danno da liquidarsi a favore del danneggiato dovrà essere applicato l'abbattimento dovuto alla età e alla aspettativa di vita così che nel caso concreto viene liquidato l'importo di € 112.500,00.
Per quel che concerne invece il danno iure proprio dei congiunti dovrà essere valutato il grado di parentela, il rapporto familiare, la quotidianità oltre l'età. Si ricorda che in molti giudizi oltre alle prove testimoniali viene ammessa anche una ctu per accertare il danno postraumatico per la perdita del congiunto.

Commento Avv. Carlo Cavalletti del Foro di Pisa
Via R. Fucini, 49 56125 Pisa
www.studiolegalecavalletti.it    
tel.  050540471
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numero verde: 900.912.940

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