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Studio Legale Cavalletti

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Risarcimento del danno parentale anche in assenza del requisito della convivenza. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 8218 del 24 marzo 2021).

Nel caso in esame la Suprema Corte analizza la possibile liquidazione del danno parentale verso i parenti della vittima non conviventi con la stessa.

La vicenda sorgeva a seguito di azione di risarcimento proposta dai nipoti della vittima deceduta a seguito di un sinistro stradale.

In primo grado ed in appello la domanda non trovava accoglimento.

La decisione della Corte di merito veniva impugnata con ricorso per Cassazione.

Le ricorrenti sostenevano l'erroneità della pronuncia in quanto ancorata ad un indirizzo giurisprudenziale ormai superato.

Nello specifico il risarcimento veniva negato in quanto le nipoti non risultavano conviventi con la zia defunta.

La Suprema Corte, ritenendo il ricorso fondato, accoglievano la domanda ricordando una precedente decisione emessa su un caso analogo.

In base all'orientamento richiamato occorreva evitare una dilazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari ma evidenziava, altresì, che il dato della convivenza non poteva costituire elemento idoneo e di discrimine al fine di escludere e di provare, in assenza di convivenza, l'esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da un reciproco affetto e solidarietà con il parente defunto.

In definitiva la Corte ritiene che, in materia di risarcimento del danno parentale, la legittimazione dei parenti non può essere esclusa  solamente sulla base del rapporto di convivenza.

 

Commento dall' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

 

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La sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio non travolge le disposizioni economiche. (Corte di Cassazione, Sezioni Unite n. 9004 del 31.03.2021).

Con la pronuncia in esame le Sezioni Unite intervengono al fine di risolvere il contrasto giurisprudenziale avente ad oggetto la pregiudizialità tra il giudizio di nullità del matrimonio ed il giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

La Corte evidenzia come si tratti di due procedimenti distinti con finalità e presupposti differenti ragion per cui tra questi non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità.

La diversità tra i due procedimenti giustifica, a parere della Corte, oltre alla coesistenza tra le due pronunce, nel caso in cui la delibazione della sentenza ecclesiastica intervenga dopo il passaggio in giudicato di quella di divorzio, l'inidoneità della sentenza ecclesiastica ad impedire la prosecuzione del giudizio ai fini della liquidazione dell'assegno.

L'obbligo di corrispondere l'assegno, infatti, deriva dalla dissoluzione della comunione materiale e spirituale, nell'impossibilità di ricostituirla oltre che volto a riequilibrare le condizioni economiche tra i coniugi.

Nella sentenza in commento le Sezioni Unite affermano che, anche nel nostro ordinamento, il titolo giuridico dell'obbligo di mantenimento non è costituito dalla validità del matrimonio oggetto della pronuncia ecclesiastica ma sull’accertamento dell’impossibilità della prosecuzione spirituale e morale tra gli stessi coniugi, derivante dallo scioglimento del vincolo matrimoniale civile o alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.

In definitiva la Corte esclude che una sentenza con la quale sia stata dichiarata efficace nel nostro ordinamento la sentenza canonica di nullità del matrimonio precluda la prosecuzione del giudizio nel caso in cui il divorzio sia stato dichiarato con sentenza ma risulta pendente il processo atto ad accertare l'obbligo dell'assegno e l'ammontare di questo.

 

 

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Liquidazione del danno parentale per il congiunto di vittima di un incidente. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 8622 depositata il 26.03.2021).

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte analizza la possibile liquidazione sia del danno parentale che del danno esistenziale nei casi di perdita di un congiunto, vittima di incidente stradale.

La vicenda sorgeva a seguito di una azione di risarcimento danni che la madre e la sorella della vittima proponevano nei confronti del conducente, del proprietario nonché della compagnia assicurativa del veicolo coinvolto nel sinistro.

Il Tribunale, dando atto della parte di pagamento già effettuato, condannava in solido i convenuti al versamento della somma residua.

I congiunti ricorrevano in appello dove ottenevano la riforma parziale della sentenza con liquidazione del danno patrimoniale negato in primo grado.

Il caso giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove la madre e la sorella della vittima lamentavano la mancata liquidazione, oltre al danno per la perdita del congiunto, anche del danno esistenziale in conseguenza dello stato di “alterazione e sconvolgimento” di vita a seguito della perdita.

Rilevavano, altresì, la mancata personalizzazione del danno.

Gli Ermellini, ritenendo i motivi non fondati, rigettavano il ricorso.

Nello specifico la Corte riteneva gli importi liquidati congrui.

In riferimento al danno parentale la Suprema Corte specificava che questo consiste nella perdita di relazione con il familiare e, al tempo stesso, nella sofferenza interiore ed alterazione dello stato precedente.

I due aspetti, seppur  suscettibili di valutazione separata, sono connessi e sono considerati nelle tabelle in uso per la liquidazione del danno parentale.

In base a quanto sopra la liquidazione di un importo ulteriore comporterebbe una duplicazione risarcitoria.

La motivazione della Corte di Appello, pertanto, risultava corretta e priva di vizi logico-giuridici.

 

 

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Mancata precedenza e condanna per omicidio colposo. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 11702 del 29.03.2021).

La vicenda riguardava un soggetto ritenuto responsabile ai sensi dell'art 589 comma 2 del codice penale sia in primo grado che in sede di appello in quanto, violando gli artt. 145 e 146 del c.ds., cagionava la morte di un centauro.

Il responsabile, nello specifico, si immetteva in strada omettendo di dare la precedenza al motoveicolo della persona offesa la quale, a seguito del sinistro, riportava lesioni gravissime e successivamente decedeva.

L'imputato proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte basandolo su tre motivi rinunciando precedentemente alla prescrizione del reato.

Parte ricorrente lamentava violazione in relazione all'art. 192 c.p.p. sostenendo che la sentenza si basava su dati congetturali, in particolare si ometteva di verificare se le circostanze, poste alla base dell'inferenza probatoria, fossero caratterizzate dal requisito indispensabile della certezza.

Rilevava, altresì, la mancata assunzione di una prova decisiva ricordando di aver richiesto il rinnovo dell'istruttoria.

Gli Ermellini ritenevano i motivi inammissibili e rigettavano il ricorso.

La Suprema Corte affermava che, per giurisprudenza della stessa Corte, la mancata assunzione dei mezzi di prova non ammessi non comporta la nullità del procedimento in assenza di riserve sulla chiusura dell'istruttoria dibattimentale da parte di chi ha richiesto tali mezzi istruttori.

A parere dei Giudici la ricostruzione operata in sede di appello appare il risultato di un ragionamento logico e chiaro che pone a confronto le diverse ricostruzioni formulate da pubblico ministero ed imputato.

La condotta colposa dell'imputato, consistente nel non aver concesso la precedenza, costituisce condizione dell'evento, pertanto, lo stesso era da ritenersi soggetto responsabile del reato.

 

 

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