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Applicazione dell'attenuante se l'omesso versamento delle ritenute salva i dipendenti. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 10084 depositata il 16.03.2020).

Il caso riguardava un soggetto che, in qualità di rappresentante di una società, veniva imputato, ai sensi dell'art. 10 bis del d.lgs n. 74/2000, per omesso versamento delle ritenute certificate.

In sede di appello la pena veniva rideterminata.

Il soggetto ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove evidenziava l'assenza di dolo, l'insussistenza  dell'elemento oggettivo del reato e l'erronea applicazione degli artt. 62 e 133 c.p.

In sede di impugnazione, infatti, non veniva considerata integrata l'attenuante dell' “aver agito per motivi di particolare valore sociale”. Il ricorrente aveva tentato di proseguire l'attività al fine di preservare i posti di lavoro dei propri dipendenti.

Gli Ermellini accoglievano la terza doglianza sollevata dal ricorrente.

Secondo i Supremi Giudici la Corte di Appello aveva solamente sostenuto la congruità del trattamento sanzionatorio del giudice di primo grado (il quale aveva applicato le attenuanti generiche) senza verificare la presenza di elementi che potessero integrare l'aver agito per motivi di particolare valore sociale e morale.

La Corte precisa che l'art 62 bis c.p. prevede che "Il giudice, indipendentemente dalle circostanze previste nell'articolo 62, può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell'applicazione di questo capo, come una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate nel predetto articolo 62”.

Pertanto non si può escludere il concorso tra le attenuanti previste dall'art. 62 bis c.p. con le attenuanti di cui all'art 62 c.p.

Gli Ermellini ritenevano che "la sentenza impugnata sarebbe conforme a diritto se gli elementi addotti dalla difesa non fossero sufficienti ad integrare la circostanza dell'aver agito per particolari motivi di particolare valore sociale. Laddove, invece, lo fossero, occorrerebbe riconoscere la sussistenza della circostanza attenuante di cui all'art. 62, n. 1), cod. pen., indipendentemente dal fatto che gli stessi elementi siano stati considerati anche nel più ampio giudizio relativo alla ritenuta sussistenza delle circostanze attenuanti generiche, non essendovi peraltro stato, sul punto, appello del pubblico ministero, neppure incidentale. L'accertamento di cui sopra necessita di una valutazione di merito che nella specie è mancata e rispetto alla quale la sentenza impugnata non reca motivazione."

La Corte ha ritenuto valida la richiesta dell'imputato, relativa all'applicazione delle attenuanti comune prevista dall'art 62 n. 1, ovvero l'aver agito per motivi di particolare valore sociale e morale con conseguente diritto per l'imprenditore ad avere uno sconto della pena.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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La responsabilità per danni causati da cani randagi è dell'ente preposto alla prevenzione dei pericoli per l'incolumità pubblica. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6392 depositata il 6 marzo 2020).

La responsabilità per danni causati da cani randagi è dell'ente preposto alla prevenzione dei pericoli per l'incolumità pubblica. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6392 depositata il 6 marzo 2020). 

La vicenda sorgeva a seguito di un incidente in cui veniva coinvolto un ciclista il quale, aggredito da un cane, perdeva l'equilibrio e sbatteva la testa su dei cassonetti di metallo posti all'interno della carreggiata.

Il soggetto leso citava in giudizio il Comune e la compagnia assicurativa al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti.

In primo grado il Tribunale condannava il Comune al risarcimento e dichiarava il difetto di legittimazione passiva della compagnia.

Il Comune impugnava la decisione dinanzi alla Corte di Appello competente, la quale, in riforma della sentenza, affermava che nessuna responsabilità fosse da ascrivere al Comune.

La legge quadro n. 281 del 1991 e l'art 7 della legge regionale, in questione, prevedevano che, in tale materia, è compito dell' asl locale provvedere alla vigilanza preventiva del randagismo.

A parere dei giudici, al Comune, spetta solo il compito di garantire e realizzare strutture idonee al ricovero e custodia degli animali. Per la Corte, nessuna rilevanza assumeva la presenza dei cassonetti della spazzatura, posti all'interno della carreggiata, perchè non incidenti sul nesso causale del sinistro. Inoltre, secondo la Corte, non vi era prova che il cane fosse randagio.

Il ciclista ricorreva dinanzi alla Suprema Corte la quale rigettava il ricorso e le doglianze da questo sollevate.

Gli Ermellini affermavano che la responsabilità civile per i danni causati da cani randagi spetta all'ente o enti, a cui le leggi regionali attribuiscono il dovere di prevenire il pericolo per l'incolumità della popolazione, ciò in attuazione della legge quadro nazionale n. 281 del 1991.

Nel caso in esame la legge attribuiva tale dovere al servizio veterinario presso le unità sanitarie locali, adesso aziende locali.

In merito all'applicazione dell'art 2051 c.c. la Suprema Corte ribadisce che ha, correttamente, disposto la Corte di Appello, la quale, accertando l'inesistenza del nesso tra i cassonetti e l'incidente, ha reso irrilevante l'indagine sulla condotta del Comune in tal senso.

 

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