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Sulla ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge superstite e coniuge divorziato (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 25656 pubblicata il 13.11.2020).

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte ritorna sul tema della ripartizione della pensione di reversibilità tra ex coniuge e vedova.

La vicenda prendeva le mosse dall'impugnazione, proposta dalla coniuge divorziata avverso la decisione che rideterminava gli importi e, nello specifico, veniva assegnata la quota del 60% nei confronti del coniuge superstite e del figlio minore e la quota del 40% nei confronti della stessa.

A parere della ricorrente la Corte territoriale non aveva tenuto in considerazione delle circostanze rilevanti di conseguenza la decisione non rispondeva ai criteri previsti dall'art. 9 della legge 898 del 1970.

Gli Ermellini ritenevano il ricorso inammissibile e precisano i criteri da seguire per la ripartizione della pensione di reversibilità, riprendendo la giurisprudenza consolidata sul tema.

Nello specifico i Giudici della Suprema Corte ricordano che la ripartizione va effettuata, oltre che in base al criterio della durata dei matrimoni, anche in base ad altri elementi, come la durata delle convivenze prematrimoniali. La convivenza, infatti, assume un autonomo rilievo giuridico, occorrendo che il coniuge in questione provi stabilità ed effettività della comunione di vita prematrimoniale.

Inoltre, bisogna far riferimento, anche, all'entità dell'assegno di mantenimento, riconosciuto all'ex coniuge, alle condizioni economiche dei due soggetti aventi diritto e alla durata delle rispettive convinvenze. In merito a tali ultimi criteri occorre precisare che, per quanto riguarda la durata della convivenza, non va confusa con quella del matrimonio e l'entità dell'assegno non deve considerarsi un limite legale alla quota di pensione attribuibile all'ex coniuge.

Nel caso di specie, a parere della Suprema Corte la decisione dei giudici era corrispondente ai criteri indicati.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Violazione dell'obbligo di fedeltà e risarcimento del danno (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 26383 del 19.11.2020).

La vicenda riguardava un procedimento di separazione dove, in seguito all'appello proposto dal marito, veniva addebbitata la separazione alla moglie e rigettata la richiesta di risarcimento danni avanzata dallo stesso.

Nello specifico la separazione veniva addebitata alla donna in quanto, a causa della sua infedeltà, aveva reso intollerabile la convivenza. La domanda di risarcimento, invece, avanzata dal marito, veniva rigettata perchè, a parere della Corte, non risultava provato il nesso di causa tra il danno ingiusto lamentato e la condotta illecita della moglie.

La depressione dell'uomo era imputabile alla separazione e non al tradimento.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove sollevava il travisamento delle prove e vizi motivazionali in merito alla domanda di risarcimento. Contestava, altresì, la compensazione delle spese.

Gli Ermellini però rigettavano il ricorso. Con riferimento al primo motivo, perchè diretto ad una nuova valutazione dei fatti, non permessa in sede di legittimità, per quanto riguarda il secondo motivo perchè riguardava valutazioni riservate al giudice di merito e sottratte al giudice di legittimità.

In riferimento al risarcimento la pronuncia dei giudici applica un principio consolidato: "secondo cui la natura giuridica del dovere di fedeltà derivante dal matrimonio implica che la sua violazione non sia sanzionata unicamente con le misure tipiche del diritto di famiglia, quale l'addebito della separazione, ma possa dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a ciò preclusiva sempreché (tuttavia) la condizione di afflizione indotta nel coniuge superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale in ipotesi, quello alla salute o all'onore o alla dignità personale. La sussistenza di tale condizione in concreto costituisce oggetto di accertamenti e valutazioni riservate al giudice di merito”.

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I controlli difensivi del datore di lavoro per accertare comportamenti illeciti sono legittimi. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 25977 del 16.11.2020).

Nella pronuncia in esame la Suprema Corte analizza un caso relativo ad un licenziamento con particolare attenzione alla legittimità dei controlli difensivi effettuati dal datore di lavoro per accertare comportamenti illeciti.

In particolare la vicenda riguardava un dipendente di un istituto di credito, programmatore informatico, il quale veniva licenziato in quanto accusato di aver molestato una collega e di aver effettuato un accesso non autorizzato sul conto corrente del marito della stessa al fine di verificarne il saldo.

La Corte di Appello competente, in riforma della sentenza del Tribunale, dichiarava legittimo il licenziamento in quanto è consentito al datore di lavoro verificare se i propri dipendenti utilizzino indebitamente gli strumenti messi a loro disposizione per fini esclusivamente professionali”.

Il licenziamento veniva ritenuto legittimo, il datore di lavoro ha, infatti, il diritto di verificare che i dipendenti utilizzino gli strumenti a disposizione per finalità professionali.

La questione giungeva così dinanzi alla Suprema Corte dove il lavoratore ricorreva.

Il ricorrente lamentava, tra le altre cose, l'insussistenza dei fatti contestati, la falsa applicazione dell'art. 2697 c.c. in merito all'onere della prova, l'assenza di giusta causa e difetto di proporzionalità tra la condotta e il licenziamento.

La Suprema Corte, però, rigettava il ricorso.

A parere degli Ermellini le condotte poste in essere dal dipendente erano così gravi da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro.

Per quanto riguarda i controlli effettuati, dopo l'accesso non autorizzato del dipendente, la Corte, ritiene che non vi sia stata violazione della dignità e riservatezza del lavoratore.

Inoltre, in base ad un accordo sindacale del 2014, il datore di lavoro era legittimato ad eseguire i controlli in presenza di indizi di reato come nel caso in esame.

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Sinistri stradali e responsabilità del conducente. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 25460 del 12.11.2020).

Il caso in esame analizza la responsabilità del conducente in un sinistro causato dalla presenza di una buca sul manto stradale.

In particolare la decisione focalizza l'attenzione, ai fini dell'accertamento delle responsabilità, sulle cautele adottate dal conducente.

La vicenda riguardava un automobilista il quale conveniva in giudizio, dinanzi al Giudice di Pace, l'ente comunale chiedendo la condanna dello stesso al risarcimento danni subiti a seguito del sinistro avvenuto per la presenza di una buca.

La domanda veniva respinta sia davanti al Giudice di Pace che davanti al Tribunale.

Il conducente così adiva la Suprema Corte dove evidenziava che la condotta del Comune, volta a transigere in primo grado, contrastava con l'affermazione dell'ente di non essere titolare del tratto di strada interessato. Il ricorrente rilevava, altresì, la violazione dell'obbligo di custodia in capo al Comune nonché la mancata considerazione, ai fini probatori, del verbale della Polizia Municipale redatto in occasione dell'evento lesivo.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso e precisavano che, in tema di responsabilità per danni da cose in custodia, occorre anche valutare la condotta del danneggiato e la sua incidenza causale nell'evento, richiedendo quindi di valutare il “dovere generale di ragionevole cautela”.

Nel caso di specie, in considerazione della visibilità  al momento del sinistro, delle dimensioni della buca il conducente non poteva non vederla.

In applicazione di tali principi la responsabilità era da attribuire in via esclusiva al conducente il quale tra l'altro non aveva provato la pericolosità della buca in questione.

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Revocatoria della vendita dell'immobile in presenza di domanda di mantenimento del figlio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 25857 del 16.11.2020).

Con la decisione in esame la Suprema Corte analizza la questione relativa all'assegno di mantenimento e alla possibile inefficacia dell'atto di compravendita, compiuto dal genitore obbligato, per eludere l'obbligo del versamento.

Nel caso di specie, una madre unitamente al figlio, agiva nei confronti del genitore obbligato al pagamento dell'assegno.

I ricorrenti evidenziavano il mancato rispetto da parte del padre del versamento del mantenimento.

In sede di appello la domanda non trovava accoglimento.

A parere dei giudici di secondo grado, infatti, non era possibile la revocatoria dell'atto in questione per diverse ragioni.

La Corte territoriale rilevava che non vi era prova della simulazione dell'atto, della partecipazione dolosa nella frode ai creditori da parte dell'acquirente. Inoltre, per la Corte, al momento dell'atto, il credito non poteva considerarsi sorto in quanto era stata presentata solo la domanda per l'assegno.

La vicenda gingeva dinanzi alla Suprema Corte la quale non condivideva quanto statuito in sede di appello e, pertanto, accoglieva il ricorso proposto.

La Suprema Corte rilevava, infatti, che il credito non si può considerare sorto solo a seguito di provvedimento giudiaziale ma l'obbligo dei genitori di mantenere la prole sorge per il solo fatto di averla generata, a nulla rilevando la presenza o meno di un provvedimento in tal senso.

L'obbligo per entrambi i genitori di contribuire al mantenimento dei figli in base alle proprie capacità rimane identico.

Per quanto riguarda la revocatoria della compravendita, la Corte afferma che, ai fini dell'azione, è sufficiente la conoscenza di arrecare pregiudizio ai creditori e non è necessario dimostrare, altresì, l'adesione alla frode del compratore.

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Mobbing lavorativo e rivelanza penale. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 31273 del 09 novembre 2020).

Nel caso in esame la Suprema Corte analizza il mobbing lavorativo assimilando tale condotta al reato di stalking.

La vicenda riguardava un amministratore delegato di una società nei confornti del quale veniva applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari in quanto accusato ai sensi dell'art 612 bis c.p..

Nello specifico, il soggetto veniva accusato di aver tenuto delle condotte persecuotorie plurime ai danni di una dipendente della società, responsabile delle risorse umane.

L'indagato ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. Il Tribunale, infatti, aveva ribaltato la decisione del Gip e aveva sovrapposto il mobbing allo stalking occupazionale anche se la condotta contestata non si era esplicata nella vita privata nella persona offesa.

Il ricorrente lamentava, tra le altre cose, la ritenuta sussistenza del pericolo di recidiva, il pericolo di inquinamento probatorio e la proporzionalità e adeguatezza della misura cautelare adottata.

Gli Ermellini, ritenendo i motivi del ricorso complessivamente infondati, rigettavano il ricorso.

Preliminarmente la Suprema Corte affermava che, sussiste il mobbing lavorativo laddove ricorra l'elemento obiettivo, ovvero la pluralità di comportamenti vessatori del datore di lavoro e l'elemento soggettivo, ovvero l'intendimento persecutorio del datore che unifica la condotta.

Pertanto, si configura il reato di mobbing, quando i comportamenti del datore di lavoro “sono il frutto di un disegno persecutorio unificante diretto alla prevaricazione”.

In base a quanto sopra, la tutela dell'integrità psicofisica del lavoratore e la modalità in cui si esplica il mobbing confermano la riconducibilità delle condotte vessatorie all'art 612 bis c.p., a nulla rilevando il contesto in cui si realizza la condotta persecutoria.

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Se gli eredi perseguono l'attività di impresa del defunto rispondono dei debiti verso i dipendenti (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 24197 del 02.11.2020).

La vicenda sorgeva a seguito di giudizio, introdotto da una dipendente nei confronti della società datrice di lavoro, al fine di ottenere la somma, ad essa spettante, a titolo di differenze retributive per svolgimento di mansioni superiori.

La società, costituitasi in giudizio, eccepiva il difetto di legittimazione passiva evidenziando che il rapporto di lavoro in questione si era svolto con l'originario titolare, ormai deceduto, e rilevando, altresì, che la convenuta si era costituita successivamente con soluzione di continuità rispetto all'impresa gestita dal de cuius.

In sede di appello la domanda della dipendente veniva accolta e l'eccezione della convenuta rigettata, in quanto l'azienda, costituitasi fra gli eredi, era succeduta nei rapporti giuridici dell'impresa individuale del defunto.

La questione giungeva, così, dinanzi alla Suprema Corte dove la società ricorreva.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso proposto e confermavano quanto statuito dalla Corte di Appello. Nello specifico ritenevano responsabile solidalmente la società per il debito assunto dall'impresa individuale del defunto nei confronti della lavoratrice.

A parere della Corte, infatti, nel caso in cui vi sia lo sfruttamento dell'impresa da parte dei coeredi, l'originaria comunione si trasforma in una società sia pure di fatto o irregolare.

In base a quanto sopra, in merito ai debiti contratti nell'esercizio di tale attività, a nulla rilevano la qualità successoria dei soggetti interessati e le limitazioni eventuali della responsabilità derivanti.

 

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Sinistro stradale e veicolo non identificato. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 25474 del 12.11.2020)

Il caso concerne un sinistro stradale avvenuto tra un uomo in bicicletta ed un veicolo rimasto non identificato.

Il danneggiato agiva in giudizio e chiedeva la condanna al risarcimento dei danni alla compagnia assicurativa, designata per la gestione dei sinistri a carico del fondo di garanzia per le vittime della strada.

Il Giudice di Pace rigettava la domanda ritenendo non provata la dinamica del sinistro.

Il Tribunale, in sede di appello, confermava il rigetto ed evidenziava che l'attore avrebbe dovuto provare sia la dinamica del sinistro sia che questo fosse stato causato da un veicolo non identificato.

In particolare, a parere dei giudici, l'appellante non aveva denunciato l'accaduto ai sanitari e al drappello della polizia. Inoltre, l'unica testimonianza presente, in considerazione delle contraddizioni del teste, veniva ritenuta dubbia e controversa.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove il danneggiato proponeva ricorso lamentando un travisamento della prova ex art. 366, comma 1, n. 6 c.p.c. in riferimento alla mancata denuncia al drappello.

La Corte riteneva il ricorso non fondato e lo rigettava.

In particolare i giudici evidenziavano che, in casi come quello in esame, il danneggiato deve provare la dinamica del sinistro, l'attribuibilità di esso alla condotta colposa o dolosa di altro veicolo e che il veicolo sia rimasto sconosciuto.

In riferimento alla circostanza che il veicolo sia rimasto sconosciuto si richiede che il danneggiato denunci il fatto alle autorità competenti fornendo tutte le informazioni necessarie.

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