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Esposizione all’amianto: riconoscimento e risarcimento danni

Tra le malattie professionali merita sicuramente attenzione il tema dei danni derivanti dall'esposizione del lavoratore all'amianto.

Nel corso del tempo la fattispecie, oltre ad essere analizzata dal punto di vista penale, è posta all'attenzione anche del Giudice civile nonché del Giudice del lavoro.

La giurisprudenza ha fornito in materia dei chiarimenti sul nesso causale, sulla responsabilità datoriale, sul risarcimento del danno, anche di natura non patrimoniale. In alcuni precedenti la questione si è focalizzata anche sul risarcimento del danno morale e biologico, patito dal soggetto deceduto, arrivando ad imporre una personalizzazione del danno stesso.

L'esposizione all'amianto non ha generato delle problematiche solamente ai lavoratori in stretto contatto con il materiale nocivo, ma ha interessato, anche, tutti quei soggetti che risiedono o frequentano ambienti dove è presente l'amianto.

Dal punto di vista normativo le prime disposizioni, in materia, risalgono, in Italia, intorno al 1986, ma è con la legge n. 257 del 1992 che vengono introdotte le norme per la cessazione dell'impiego di amianto e per lo smaltimento controllato.

Nel 1992 l'Italia mette al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietando l'estrazione, l'importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto. Viene anche previsto un programma di dismissione e si delineano i criteri per i benefici previdenziali a favore dei lavoratori in contatto con il materiale nocivo.

Dal punto di vista giurisprudenziale si assiste, nel tempo, ad una evoluzione sia dell'accertamento della patologia, del suo riconoscimento nonché del conseguente risarcimento.

In ambito penale, il datore di lavoro viene chiamato a rispondere di lesioni personali o di omicidio colposo con conseguente richiesta risarcitoria formulata dal lavoratore o dai suoi eredi in qualità di parte civile.

In tema di responsabilità del datore di lavoro si segnala una delle pronunce più recenti della Suprema Corte, Sez. lavoro, ovvero la sentenza n. 19270 del 2017.

La questione riguardava la richiesta di risarcimento danni, avviata, dagli eredi di un lavoratore morto per carcinoma polmonare, nei confronti delle società presso le quali aveva lavorato.

 

La Corte si allinea alle precedenti pronunce e ribadisce “la sufficienza dell'accertata esposizione lesiva alle polveri di amianto del lavoratore durante lo svolgimento della prestazione lavorativa e dunque l'utilizzo del fattore tossico nell'ambiente lavorativo, a fondare la presunzione di colpevolezza del datore di lavoro e dunque la domanda di risarcimento dei danni alla salute correlati ai sensi dell'art. 2087 c.c.

 La norma, infatti, nel tutelare le condizioni di lavoro, prevede che l'imprenditore debba adottare le misure necessarie a tutelare l'integrità fisica e morale dei prestatori di lavoro.

La responsabilità del datore di lavoro, ai sensi della citata norma, non è circoscritta alla violazione di regole d'esperienza o di regole tecniche collaudate, in quanto la norma sanziona l'omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro.

In base a quanto sopra, nel caso in cui si accerti che il danno sia stato causato dalla nocività dell'attività per esposizione all'amianto, sarà onere del datore di lavoro provare di aver adottato tutte le cautele e misure necessarie a tutelare la salute del lavoratore.

 Sempre in tema di risarcimento del danno, altra problematica riguarda l'entità dello stesso danno non patrimoniale.

Sul punto la sentenza n. 2551 del 2012 fornisce dei chiarimenti interessanti.

Nel caso di specie la questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dietro richiesta di risarcimento danni da parte degli eredi di un lavoratore deceduto a seguito di una neoplasia polmonare.

La Corte di merito aveva accertato la responsabilità del datore di lavoro ma aveva messo in discussione il risarcimento del danno morale e biologico patito dal lavoratore per il periodo tra l'evento dannoso e l'evento morte.

La Corte ha imposto la personalizzazione del danno affermando che, nella determinazione del danno, occorre tenere in considerazione, non solo la durata dell'intervallo tra la manifestazione della malattia e l'evento morte, ma anche l'intensità della sofferenza provata ovvero delle particolari condizioni personali e soggettive della fattispecie in concreto.

Il quadro delineato, seppur per sommi capi, sembra rappresentare un avanzamento nel riconoscimento delle patologie sorte a seguito di esposizione, durante la prestazione lavorativa, a materiali nocivi.

I “dibattiti” sul tema derivanti dai vari giudizi, sia di natura civile che penale, appaiono utili e necessari  all'evoluzione, al consolidamento della normativa e della giurisprudenza in materia e magari a suscitare una maggiore collaborazione da parte di noi cittadini affinché lo smaltimento e la bonifica del nostro territorio sia la priorità.

 

 

Articolo redatto dall'Avv. Carlo Cavalletti

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Ultima modifica ilMercoledì, 11 Dicembre 2019 09:10

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